Alla scienza non conviene schierarsi. Due sfere tecnologiche per un mondo solo. Ombre cinesi su Gettr. Il propagandista di DeSantis. Fox news: sia benedetto il primo emendamento. La tristezza che fa clic. Social drama russo. Non si gioca più con Twitch.

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Alla scienza non conviene schierarsi

Durante la campagna presidenziale americana del 2020, prestigiose riviste scientifiche come The Lancet e Scientific American hanno per la prima volta nella loro storia appoggiato un candidato. E, come riportato da Politico, non sono stati i soli. Nature si è unito spingendo Joe Biden, e il New England Journal of Medicine ha quasi votato in un editoriale dell’ottobre 2020 intitolato “Dying in a Leadership Vacuum”, rompendo completamente con l’ex presidente Trump. L’endorsement di Nature ha avuto un prezzo, secondo i risultati del sondaggio pubblicati su Nature Human Behaviour da Floyd Jiuyun Zhang della Stanford University. I risultati dicono che la presa di posizione di Nature ha avuto un effetto boomerang tra molti sostenitori di Trump, riducendo la loro fiducia nei confronti della rivista e di ciò che poteva scrivere riguardo all’epidemia da Covid-19. Lo studio suggerisce inequivocabilmente che le riviste scientifiche, quando si inseriscono nel dibattito politico, non fanno alcun favore alla scienza, soprattutto in un momento in cui la fiducia nella comunità scientifica da parte della destra continua a diminuire. Inoltre, scrive Zhang, questa mancanza di fiducia potrebbe essere alla base della resistenza a misure di salute pubblica come la campagna vaccinale. Una delle ragioni dichiarate da Nature a sostegno di Biden era quella di ripristinare la fiducia nella scienza. Ma se lo studio di Zhang ha centrato il punto, l’endorsement non ha fatto altro che provare il contrario. Ha minato la fiducia nelle istituzioni scientifiche. Lo studio potrebbe quindi provare una tesi: le riviste scientifiche, se schierate politicamente, rischiano di ottenere l’esatto contrario di ciò che si propongono. Allora perché schierarsi in questo modo? Forse perché, a volte, gli editoriali vengono scritti non per persuadere i lettori, ma per esprimere un’opinione con l’illusione di aver detto ciò che è giusto.

Due sfere tecnologiche per un mondo solo

Il possibile divieto di TikTok negli USA potrebbe avere un impatto molto più ampio di quello che comunemente si crede. Un articolo de The Wall Street Journal ragiona sul fatto che si possa generare una divisione del mondo in due sfere tecnologiche, una alleata con le compagnie cinesi di software e servizi e una contro. In un futuro non troppo lontano, potrebbe significare che alcune delle app più popolari tra i giovani statunitensi siano vietate: non solo Tik-Tok, ma anche l’applicazione per il video-editing CapCut, che appartiene alla stessa società madre con sede a Pechino, ByteDance, e le app di shopping in rapida crescita Shein e Temu. Di recente sono state proposte al Congresso alcune proposte di legge che potrebbero portare a un divieto generalizzato di TikTok. Quella che sta prendendo piede è nota come Restrict Act ed è guidata dai senatori Mark Warner e John Thune. Tra i suoi sponsor ci sono altri 10 senatori di entrambi gli schieramenti, e ha già ricevuto un’accoglienza calorosa dalla Casa Bianca. Darebbe al ramo esecutivo, in particolare al Dipartimento del Commercio, la possibilità di vietare TikTok se lo ritiene una minaccia per la sicurezza nazionale. Le contromisure di TikTok non sembrano aver avuto successo. Giovedì scorso, in un’audizione a Capitol Hill, l’amministratore delegato di TikTok, Shou Zi Chew, ha cercato di dissipare le preoccupazioni, sottolineando che TikTok aiuta a condividere la cultura americana e a mettere in contatto le piccole imprese con i clienti. I legislatori lo hanno tempestato di domande e non hanno mostrato alcun segno di soddisfazione. Chew ha ribadito che la sua azienda non ha mai condiviso, né condividerà mai, i dati con il governo cinese. “Il nostro approccio non è mai stato quello di ignorare o banalizzare queste preoccupazioni”, ha aggiunto. “Le abbiamo affrontate con azioni concrete. Dobbiamo guadagnarci la vostra fiducia”. I critici statunitensi continuano ad affermare che la legge cinese richiede alle aziende cinesi di fornire qualsiasi dato richiesto dal governo, ogni volta che lo richiede, se è ritenuto essenziale per la sicurezza nazionale. Una portavoce del Ministero degli Esteri cinese, però, ha recentemente negato che il suo governo raccolga dati in violazione delle leggi locali. TikTok è già stato vietato sui dispositivi governativi in più di 30 stati americani e altri, anche al di fuori dell’America, stanno seguendo il loro esempio. È evidente che non si tratti solo di una questione di sicurezza nazionale: da un punto di vista politico, un eventuale divieto rischia di incrinare ulteriormente i rapporti con la Cina; da quello economico, secondo The Economist l’app cinese ha stravolto il mondo dei social media, costringendo i suoi rivali ad adottare un modello di business meno redditizio.

Ombre cinesi su Gettr

Molto più di un semplice investitore. Questo il ritratto del miliardario cinese Guo Wengui, arrestato nelle scorse settimane con l’accusa di truffa, che emerge dalle dichiarazioni rilasciate al Washington Post da alcuni dipendenti del social media conservatore Gettr. Una realtà, quest’ultima, che, rivelano i documenti consegnati al Post, ha sovvenzionato per decine di migliaia di dollari personalità della destra americana come Steve Bannon, inviato denaro ad appaltatori affiliati a Guo e alterato le informazioni sugli utenti richieste dalle forze dell’ordine. Il potere del magnate – figura malvista da alcuni ex dipendenti, anche perché alcuni esuli lo accusano di essere doppiogiochista con il governo cinese – è stato inizialmente raccontato come ridimensionato rispetto alle sue reali proporzioni. In realtà, prosegue il giornale, Guo influenzava le decisioni anche in materia di assunzioni e contenuti della piattaforma, che conta 7,5 milioni di utenti ed è stata, assieme a Truth Social di Trump, una delle alternative conservatrici a Twitter dopo il ban degli account dell’ex presidente americano a seguito dell’attacco al Campidoglio del 6 gennaio 2021. Sempre su Gettr, il miliardario ha promosso le proprie valute digitali, parte integrante dei suoi meccanismi di truffa, invitato a partecipare alla manifestazione del 6 gennaio 2021 e a protestare contro altri espatriati cinesi e funzionari di tribunali che hanno emesso sentenze contro di lui. Un’influenza, la sua, instauratasi in sordina ma poi rivelatasi in crescendo, tra il disappunto degli ex collaboratori, alcuni dei quali invitano a considerarlo come un potenziale problema di sicurezza nazionale.

Il propagandista di DeSantis

Chris Rufo è il nuovo volto delle battaglie culturali di Ron DeSantis, il governatore della Florida in carica per le Primarie del partito repubblicano (vedi Editoriale 118). In una lunga analisi, Politico traccia il profilo di Rufo, mettendo in luce il suo percorso e ciò che DeSantis si aspetta da lui. Chris Rufo fino a tre anni fa era conosciuto per la sua candidatura a consigliere comunale di Seattle e come regista di documentari. Ora viene considerato un propagandista di destra, un vero e proprio attivista che DeSantis sta sfruttando per lanciare la propria campagna elettoraleDi recente ha guidato un’offensiva nei confronti del New College della Florida, presentando una mozione per eliminare tutte le iniziative di Diversity&Inclusion nell’università e per permettere al nuovo presidente (voluto da DeSantis) di prendere decisioni appropriate sul personale. Come ha affermato Nicole Hemmer, storica dei media conservatori e autrice di Messengers of the Right, “la decisione di utilizzare l’attivismo di Rufo come una sorta di impalcatura per approvare atti legislativi che attirino l’attenzione dei media e inquadrino DeSantis come un guerriero della cultura mostra una sorta di intelligenza politica”. Si tratta di una strategia molto precisa. A differenza di Trump, che contava su pochi fedeli in tutti i momenti di bisogno, DeSantis ricerca persone specifiche in situazioni particolari. E Chris Rufo è la persona giusta in questa circostanza. Il primo a metterlo sotto i riflettori è stato Tucker Carlson (vedi Editoriale 81), all’interno del suo show su Fox News: Rufo infatti nel 2020 aveva condotto una ricerca contro la Critical race theory (la tesi secondo cui le istituzioni sociali americane siano condizionate dal razzismo incorporato in leggi, regolamenti, regole e procedure) e aveva fatto appello in diretta all’ex presidente Trump perché la eliminasse. In questo modo aveva creato una narrazione negativa nei confronti della teoria e aveva condotto una campagna di persuasione politica, così come aveva dichiarato su Twitter nel 2021. Poco dopo il team di DeSantis l’aveva contattato ed è iniziata così l’avventura di Rufo accanto al governatore. “Non credo che le idee di Rufo siano nuove”, ha dichiarato Hemmer, “ma il modo in cui sono state autorizzate dallo stato, sia attraverso la legislazione di DeSantis e sia con questa nomina (all’interno del consiglio di amministrazione del New College), sembra uno sviluppo importante”. Il suo coinvolgimento al New College, così come quello degli influencer su altri temi, infatti, ha determinato un’ampia attenzione da parte dei media, oltre alla copertura sui suoi canali YouTube e Twitter, in un’ottica di amplificazione del messaggio (vedi Editoriale 122). Forse DeSantis, come afferma uno dei suoi ex assistenti, spera che Chris Rufo vada in TV e spieghi perché il governatore rappresenta una scelta migliore di Trump se si vuole proteggere i propri figli dalla Critical race theory.

Fox news: sia benedetto il primo emendamento

La causa per diffamazione da 1,6 miliardi di dollari intentata da Dominion Voting Systems contro Fox News continua a tenere banco negli Usa e apre ad un più approfondito dibattito sulla sottile differenza tra diffusione di fake news e diritto di cronaca. La società Dominion è stata travolta all’indomani della sconfitta di Trump alle elezioni presidenziali del 2020 da accuse e diffamazioni da parte dei più radicali sostenitori dell’ex presidente, convinti che il voto fosse stato truccato (vedi Editoriale 21). I programmi e giornalisti della Fox, che da sempre danno maggiore voce all’area repubblicana, anche in questo caso hanno raccontato e diffuso ampiamente le teorie e i messaggi dei repubblicani guidati da Trump, condividendo quindi contenuti che avevano la volontà di screditare l’efficacia e la validità delle funzioni elettorali sviluppate da Dominion. I recenti dibattiti sul caso aprono però ad una nuova lettura dell’accusa mossa contro Fox News che infatti, grazie al primo emendamento, può affidarsi al diritto di cronaca per giustificare i contenuti informativi diffusi sui propri canali. Come analizzato da William Pelham Barr, ex procuratore generale degli Stati Uniti, in un articolo del Wall Street Journalla scelta disottoporre la stampa a una potenziale responsabilità per diffamazione quando racconta e riferisce questo tipo di controversie significa ostacolare il flusso di informazioni. “Finché le affermazioni sono presentate solo come accuse e non sono asserite come vere” – commenta Barr – “la responsabilità legale per qualsiasi contenuto diffamatorio ricade su chi fa le accuse, non sull’organo di informazione”. Nella storia elettorale americana, ma anche internazionale, possiamo ricordare numerose occasioni in cui schieramenti politici e candidati si sono scambiati accuse – anche infondate – tra loro ma il racconto e la diffusione di eventuali “contenuti diffamatori” tra partiti potrebbe comunque essere considerato servizio pubblico, impegnato a fornire un’informazione quanto più completa possibile. In considerazione di ciò, quale può essere allora la sottile differenza tra “disinformatori” e cronisti?

La tristezza che fa clic

Le parole negative nei titoli delle notizie generano più clic e, tra le emozioni, la più efficace in tal senso è la tristezza. Ciò è quanto emerge da uno studio condotto da Upworthy che, come spiega NiemanLab, non fa altro che confermare il concetto di “surveillance” reso popolare da Harold Lasswell, secondo cui le persone consulterebbero i media per venire a conoscenza di eventuali minacce e per essere in qualche modo confortate dal fatto che l’assenza di titoli allarmanti significa che il mondo sta andando avanti come previsto. Upworthy, divenuto uno dei siti più visitati intorno al 2013-14, aveva già compreso che i titoli vincenti erano quelli che colpivano l’emotività del lettore. La ricerca è stata condotta grazie all’Upworthy Research Archive che contiene 105mila titoli per più di 22mila storie che hanno ottenuto 5,7 milioni di clic. Analizzando lo studio si riscontra che, con l’aumento dell’uso di parole negative nel titolo, aumenta anche dell’1.5% la probabilità che l’utente apra l’articolo, allo stesso modo tale probabilità diminuisce dello 0,8% all’aumentare delle parole positive. Prendendo in considerazione, poi, quattro specifiche emozioni (rabbia, paura, gioia e tristezza), si è notato come la tristezza avesse gli effetti più significativi nell’apertura dell’articolo, mentre gioia e paura i meno significativi. Come le testate digitali giocano sull’emotività per generare clic, e quindi, introiti pubblicitari, così i social network sfruttano i profili dalle idee più estremiste per creare engagament (vedi Editoriale 117).

Social drama russo

La storia di Olesya Krivtsova, studentessa universitaria che rischia fino a dieci anni di carcere perché accusata di aver “giustificato il terrorismo” e “screditato le forze armate russe” in un contenuto pubblicato su Instagram, ha suscitato l’attenzione degli attivisti per i diritti e degli oppositori della guerra in Ucraina. La repressione sui social media arriva come parte dello sforzo del Cremlino per eliminare punti di vista che divergono dalla propaganda russa e mettere a tacere il dissenso, come riporta The New York Times. Non è però una novità che l’impronta governativa di Putin si riflette sul controllo dei media. È il caso del regolatore russo di Internet, Roskomnadzor, che lavora costantemente per smascherare e sorvegliare le persone che si celano dietro gli account antigovernativi, fornendo informazioni dettagliate sulle attività online (vedi Editoriale 99). Se la Russia  da una parte cerca di contrastare l’uso dei social, dall’altra sta cercando di convincere gli utenti di Twitter al di fuori dell’Occidente a schierarsi dalla propria parte attraverso una serie di contenuti postati da “un esercito di account sospetti” (vedi Editoriale 83), che da inizio marzo diffondono propaganda pro Cremlino. Un fenomeno in grado di creare bias cognitivi tra gli utenti e che spesso può portare all’“assiepamento” (milling), secondo cui l’individuo perde la responsabilità individuale perché ha l’impressione che la massa assuma un comportamento universale.

Non si gioca più con Twitch

Nonostante i successi registrati prima e durante la pandemia, che ha visto un importante aumento degli spettatori, il Washington Post scrive che Twitch sembra aver perso la propria strada a causa della mancanza di leadership e strategia aziendale. Manca una direzione chiara, sostengono creator, fan e dipendenti che sono rimasti spiazzati e confusi dalle recenti mosse dell’azienda. Nel giro di poco tempo, abbiamo assistito alle dimissioni del CEO Emmett Shear e l’annuncio del licenziamento di oltre 400 dipendenti da parte del nuovo Amministratore Delegato, Dan Clancy. Come se non bastasse, l’arrivo di nuovi dirigenti, che secondo alcuni dipendenti sembrano non conoscere la vera essenza di Twitch, ha contribuito a creare una situazione di malessere. La continua ricerca della redditività sta infastidendo i creator che hanno criticato le nuove tipologie di monetizzazione che impongono loro (in cambio di un piano di incentivi) di pubblicare più annunci pubblicitari. Trascurando quindi il fatto che gli annunci incrementano il rischio che l’utente abbandoni il canale o che vengano interrotti i momenti live più rilevanti, senza tralasciare che il servizio pubblicitario di Twitch è in ritardo rispetto a concorrenti come YouTube e Facebook. La mancanza di una precisa direzione aziendale naturalmente genera incertezza tra tutti gli stakeholder di Twitch, che fanno dunque fatica a capire il piano che ha in mente il suo proprietario (Amazon). Siamo di fronte all’ennesimo episodio che alimenta il dibattito sulla crisi, anche se qualcuno parla già di fine, delle piattaforme social.

*Storyword è un progetto editoriale a cura di un gruppo di giovani professionisti della comunicazione che con diverse competenze e punti di vista vogliono raccontare il mondo della comunicazione globalizzato e in costante evoluzione per la convergenza con il digitale. Storyword non è una semplice rassegna stampa: ogni settimana fornisce una sintesi ragionata dei contenuti più significativi apparsi sui media nazionali ed internazionali relativi alle tecniche e ai target di comunicazione, sottolineando obiettivi e retroscena. Per maggiori informazioni: www.storywordproject.com

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