[CINA] Nel 2020 lo Xinjiang cinese ha più che raddoppiato le sue esportazioni verso gli usa, nonostante le sanzioni e i divieti di Trump

1 month ago 16

Questa crisi sanitaria e sociale, che sta provocando i primi scioperi spontanei nelle fabbriche dopo decenni, e diviene ora anche crisi economica e finanziaria, mette alla prova i sistemi capitalistici, in Italia e nel mondo intero, e scuote le coscienze in settori della nostra classe cui si chiede di lavorare comunque, anche in assenza delle condizioni di sicurezza che vengono invece imposte al resto della popolazione.

Per la prima volta da decenni assistiamo a scioperi spontanei nelle fabbriche.

Anche nella lotta per ambienti di lavoro sicuri e adeguati dispositivi di protezione individuale, e nelle difficoltà di coloro che sono lasciati a casa con un futuro incerto, deve crescere la coscienza della necessità di lottare per superare questa società divisa in classi.

Contro le ideologie da “unità nazionale” tra sfruttati e sfruttatori.

Il virus globalizzato mette inoltre in chiaro l’inconsistenza delle prospettive di autonomie locali/localistiche, e delle scorciatoie “sovraniste”.

L’unica strada è quella internazionalista, dell’unione tra i proletari di tutto il mondo.

S.I. Cobas


NEL 2020 LO XINJIANG CINESE HA PIÙ CHE RADDOPPIATO LE SUE ESPORTAZIONI VERSO GLI USA, NONOSTANTE LE SANZIONI E
I DIVIETI DI TRUMP

[Fonte: SCMP, 21.01.2021 – traduzione G. L.]

Mentre nella seconda metà del 2020 gli Usa varavano una serie di sanzioni, liste nere e divieti per le merci prodotte nello Xinjiang, il loro export è continuato ininterrottamente, più che raddoppiando, +116% rispetto al 2019.

La strategia del maggior imperialismo mondiale per contenere l’ascesa del rivale cinese e affermare gli interessi complessivi della propria borghesia si scontra con gli interessi di breve termine dei singoli capitalisti americani.

Anche negli Stati Uniti lo stato, in quanto rappresentante dell’insieme degli interessi borghesi, ha il compito di raggiungere e imporre una sintesi complessiva.

Tuttavia, esso fatica, e rischia di non riuscire ad assolvere a questo compito in presenza di profonde divisioni sociali interne, e in particolare alla classe dominante borghese.

Lo stanno a dimostrare le recenti vicende degli attacchi di Capitol Hill, punta dell’iceberg dei sommovimenti in corso dentro la società americana, e in particolare alla sua classe dominante, la borghesia.

Le cui singole frazioni non esitano ad arruolare a difesa dei propri interessi
anche parte della classe da esse sfruttata e oppressa, con promesse materiali e specchi ideologici come il populismo, il nazionalismo, il riformismo.

L’incremento delle esportazioni è stato trainato dalle turbine eoliche, + 3.265% (x32,6) rispetto all’anno precedente, quasi un quarto di tutte le esportazioni della regione verso gli Stati Uniti.

(Le turbine eoliche, non soggette a sanzioni, esportate dallo Xinjiang sono
prodotte da un gruppo che è in parte di proprietà statale.)

Un altro prodotto che le imprese americane hanno importato per valori significativi (27 milioni di dollari) nel 2020 è l’acido policarbossilico aciclico, prodotto chimico che può essere utilizzato per lavorare il cotone, e che rimane nel mirino dell’amministrazione Biden.

Il fulcro di gran parte delle restrizioni varate dall’amministrazione Trump è stato il cotone e i prodotti di cotone, motivate dalle accuse di utilizzo di lavoro forzato per la loro produzione.

Ma, in concreto, le esportazioni dirette di cotone dallo Xinjiang agli Stati Uniti sono minime, dato che esso finisce nella produzione di abbigliamento in altre regioni della Cina o in Asia, e quindi sono difficili da tracciare. I prodotti legati al cotone sono ancora al primo posto dell’economia regionale, mentre sta crescendo velocemente la produzione di macchinari, elettronica e prodotti chimici.

Il mese in cui lo Xinjiang ha maggiormente esportato verso gli Stati Uniti, (valore totale di 190 milioni di dollari) è stato ottobre 2020, quattro mesi dopo il varo da parte dell’Amministrazione Trump dell’Uygur Human Rights Policy Act, alla base delle sanzioni contro imprese e individui legati per presunte violazioni dei diritti umani.

Le esportazioni americane del 2020 verso lo Xinjiang sono diminuite di solo poco più dell’1%, nonostante l’anno di forte crisi economica.

Il lavoro forzato delle minoranze in campi di concentramento è una realtà nello Xinjiang, al di là dell’utilizzo politico della sua denuncia da parte della Amministrazioni americane, Repubblicane e Democratiche.

Ma nonostante la questione del lavoro forzato, e nonostante si sia frapposta la crisi
economica scatenata dal Covid-19, nel 2020 gli affari con lo Xinjiang sono continuati e sviluppati anche per i paesi UE, la quale d’altra parte ha siglato a dicembre con la Cina l’Accordo Globale sugli Investimenti.

La Germania, maggiore economia dell’UE, ha importato 111,6 milioni di $ di merci dallo Xinjiang, (con un calo di solo l’1,2% rispetto al 2019), e ha esportato per 134 milioni di dollari, di cui 41 milioni di $ di componenti per macchinari.

Le importazioni del Belgio dallo Xinjiang sono aumentate del 223%, a 124,5 milioni di $.

Quelle dell’Italia sono aumentate dell’11%.

Aumento delle importazioni del 30% anche per il Canada.

E questo alla faccia di legislazioni in atto (USA), o in fieri (UE e Canada) contro le
importazioni di merci prodotte sfruttando lavoro forzato!




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