Come dovrebbe cambiare l’Ets europeo secondo le industrie

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Si intensifica il pressing delle industrie europee contro la versione attuale del mercato Ets (Emissions Trading System), che coinvolge oltre 11 mila impianti industriali e centrali elettriche nei 27 Stati membri.

Le associazioni industriali di Italia, Germania e Francia (rispettivamente Confindustria, Bdi e Medef) si sono unite per chiedere alla Commissione europea di sviluppare un mercato del carbonio “credibile e ambizioso, riflettendo al tempo stesso le realtà tecnologiche, preservando l’attività industriale e sostenendo investimenti di decarbonizzazione su larga scala”.

Tra una settimana, venerdì 17 luglio, l’esecutivo Ue dovrebbe presentare una proposta di revisione dell’Ets, che secondo le associazioni dovrebbe essere guidata da sei priorità.

A supporto delle richieste, la dichiarazione congiunta di Confindustria, Bdi e Medef (disponibile in basso) cita uno studio pubblicato a maggio 2026 dall’Università di Milano Bicocca, realizzato dal suo centro di ricerca Cesisp in collaborazione con le realtà industriali dei settori coperti dall’Ets.

I dati dello studio, in sintesi, suggeriscono che una parte della riduzione delle emissioni è imputabile alla contrazione della base manifatturiera con conseguente calo della produzione. Il documento, infatti, segnala che il numero di impianti industriali soggetti all’Ets è diminuito del 14,6% dal 2013 al 2024.

Il messaggio è chiaro: ridurre le emissioni di CO2 perché si produce meno non equivale a decarbonizzare gli impianti.

L’industria europea, evidenzia la nota congiunta, “si confronta con costi dell’energia persistentemente elevati, una concorrenza globale sempre più intensa, crescenti incertezze geopolitiche, un aumento delle tensioni commerciali e un fabbisogno senza precedenti di investimenti per la decarbonizzazione”.

Allo stesso tempo, le tre associazioni segnalano che le tecnologie e infrastrutture più innovative, come quelle per la produzione e il trasporto di idrogeno “pulito” e per il sequestro e lo stoccaggio dell’anidride carbonica, “non risultano ancora economicamente competitive”.

Il primo punto da affrontare, quindi, è allineare il percorso dell’Ets alle realtà industriali.

Si parla del Fattore lineare di riduzione, ossia il parametro percentuale che determina di quanto diminuisce ogni anno il tetto massimo (cap) delle emissioni di gas serra ammesse nell’Ets, regolando così il ritmo con cui si “perdono” quote di CO2 sul mercato europeo.

L’attuale traiettoria, scrivono Confindustria, Bdi e Medef, “rischia di generare una carenza eccessiva di quote ben prima che siano disponibili percorsi di decarbonizzazione economicamente sostenibili in tutti i settori industriali”, pertanto “il futuro quadro dell’Ets dovrebbe garantire un percorso di riduzione più sostenibile e realistico verso la neutralità climatica”.

Un altro punto riguarda la Market Stability Reserve (Msr), la riserva di quote di CO2 ideata per stabilizzare il mercato ed evitare eccessive fluttuazioni dei prezzi.

La configurazione attuale, secondo le tre associazioni, deve essere rivista per evitare carenze “artificiali” delle quote.

La Commissione dovrebbe “prevedere soglie di immissione e rilascio meglio calibrate e porre fine alla cancellazione automatica delle quote detenute nella riserva”, valutando anche una “maggiore capacità di risposta agli shock di prezzo”.

Si chiedono poi misure per rafforzare la protezione dal rischio di carbon leakage, ossia la delocalizzazione delle attività produttive in paesi terzi dove vigono normative ambientali meno severe rispetto a quelle europee.

In questo scenario, il Cbam (Carbon Border Adjustment Mechanism) dovrà avere un ruolo “rafforzato ed efficace”, con applicazione estesa ai settori a valle e misure antielusione.

Il Cbam, ricordiamo, è il meccanismo europeo di adeguamento del carbonio alle frontiere, in vigore da gennaio 2026, che impone agli importatori di determinate materie prime (tra cui acciaio, alluminio, cemento) l’acquisto di certificati commisurati alle emissioni “incorporate” nei beni importati, al di sopra della soglia annua di 50 tonnellate complessive.

Il prezzo dei certificati, espresso in euro per tonnellata emessa di anidride carbonica, è calcolato sulla base dei prezzi della CO2 sul mercato Ets, come media trimestrale nel 2026 e poi come media settimanale dal 2027.

Intanto anche la commissione Envi del Parlamento europeo, dopo il Consiglio Ue, ha adottato il 6 luglio la sua posizione sulle modifiche al Cbam, tra cui l’estensione del meccanismo a una serie di prodotti trasformati e lavorati.

Sempre in tema di carbon leakage, si chiede all’esecutivo Ue di mantenere oltre il 2030 un sistema armonizzato a livello europeo per la compensazione dei costi indiretti dell’Ets, nell’ambito della disciplina sugli aiuti di Stato.

Quanto ai ricavi generati dall’Ets, dovrebbero essere interamente destinati “alla decarbonizzazione, al rafforzamento della competitività e alla trasformazione industriale”.

Pertanto il prossimo Quadro Finanziario Pluriennale dell’Ue “dovrebbe rafforzare in modo significativo il sostegno europeo alla decarbonizzazione dell’industria, attraverso un solido Fondo europeo per la competitività, un Innovation Fund potenziato e la nuova Banca europea per la decarbonizzazione industriale”.

L’approccio agli investimenti dovrebbe essere “neutrale” sotto il profilo tecnologico. Si citano diverse possibili soluzioni, tra cui i sistemi per la cattura della CO2, l’elettrificazione dei processi manifatturieri e l’idrogeno.

Altra raccomandazione è includere meccanismi di flessibilità nel mercato Ets post-2030, tra cui “il ricorso, attentamente regolato, a crediti internazionali di carbonio ad elevata integrità ambientale ai sensi dell’articolo 6 dell’Accordo di Parigi”, in linea con le disposizioni dell’accordo sull’obiettivo climatico dell’Ue al 2040 (si veda anche Obiettivi climatici, i cinque rischi dei crediti di carbonio).

Allo stesso tempo, bisognerebbe “valutare adeguatamente il riconoscimento degli assorbimenti permanenti di carbonio e delle soluzioni nazionali di cattura e stoccaggio della CO2”.

In definitiva, l’ambito di applicazione dell’Ets dovrebbe essere riconsiderato, “evitando la creazione di un sistema che funzioni principalmente come una tassa ambientale regressiva piuttosto che come un incentivo efficace alla transizione”.

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