Contrariamente alle promesse, Meta addestra le IA coi dati europei

4 days ago 73

Negli ultimi mesi Meta è tornata al centro delle polemiche: mentre procede con migliaia di licenziamenti, ha imposto ai dipendenti rimasti un monitoraggio costante delle attività lavorative. Non per valutarne la produttività, ma per raccogliere e archiviare ogni operazione nei sistemi di addestramento delle proprie intelligenze artificiali. L’azienda ha rassicurato che questa pratica, giudicata da molti come antiumanistica, non tocca i lavoratori e gli utenti europei, svincolandosi dalle imposizioni previste dalle leggi sulla privacy previste dal GDPR. Tuttavia, emergono accuse secondo cui Meta avrebbe mentito: parte dei dati provenienti dall’Unione Europea finirebbe comunque nei dataset dell’IA, in aperto contrasto con le promesse fatte a dipendenti e autorità.

Il programma, denominato Model Capability Initiative (MCI), è stato avviato lo scorso aprile ed è stato progettato per registrare ogni azione compiuta dai dipendenti sui loro computer aziendali: dai tasti premuti alle righe di codice scritte, dai movimenti del mouse ai contenuti visualizzati sullo schermo. Un sistema di sorveglianza totale che solleva un interrogativo immediato: cosa accade quando il personale statunitense interagisce con colleghi, clienti o istituzioni europee? La risposta è stata rivelata da Reuters, agenzia di stampa che riporta un documento interno in cui la Big Tech ammetterebbe nero su bianco che lo strumento sia solito carpire i contenuti di qualsiasi email o messaggio inviato ai dipendenti americani, indipendentemente dalla provenienza del mittente.

Meta sostiene che, in ogni caso, non vi sia alcuna violazione delle norme europee, poiché i dati raccolti verrebbero “disassociati” dagli utenti per impedirne l’identificazione: ciò che conta, secondo l’azienda, è il dato tecnico, non il contenuto in sé. Tuttavia, dopo anni di scandali e infrazioni, la fiducia nei confronti di Meta resta minima e il programma MCI rischia ora di attirare l’attenzione dei regolatori europei. L’organizzazione austriaca NOYB, da sempre vigile sugli abusi delle Big Tech, sostiene che la pseudoanonimizzazione non escluda la violazione del GDPR, poiché la legge definisce il trattamento dei dati in base allo scopo dichiarato. In altre parole, se le policy aziendali prevedono l’uso dei dati per la comunicazione interna, tali informazioni non possono essere riutilizzate in contesti terzi, come l’addestramento di un’intelligenza artificiale.

In ogni caso, questo programma di addestramento delle intelligenze artificiali si inserisce in un periodo tutt’altro che sereno nei rapporti tra Meta e le autorità europee. All’inizio di maggio, in seguito a un procedimento dell’AGCOM, la Corte di giustizia dell’Unione Europea ha stabilito che Facebook dovrà corrispondere un compenso alle testate giornalistiche per l’utilizzo delle loro notizie. Inoltre, recentemente è emerso che la Big Tech presti scarsa attenzione alle richieste di appello degli utenti europei a cui sono stati sospesi gli account. Neppure le indagini sul rispetto del Digital Services Act (DSA) stanno producendo risultati incoraggianti: secondo le conclusioni preliminari della Commissione europea, Meta non adotta misure sufficienti per impedire ai minori di iscriversi illegalmente ai propri servizi social.

Oltre alle questioni normative, Meta deve affrontare un’ennesima scelta strategica che contribuisce a definirla come una forza opaca e controversa. La Big Tech ha infatti ottenuto un ordine legale d’emergenza che impedisce alla whistleblower Sarah Wynn‑Williams di discutere pubblicamente i contenuti del suo libro di denuncia, Careless People. A causa delle restrizioni imposte dai legali dell’azienda, l’ex dirigente si trova ora a partecipare a conferenze senza poter condividere alcuna informazione sui retroscena di Meta: durante l’Hay Festival, è rimasta in silenzio per un’ora intera sul palco, in segno di protesta contro quella che molti osservatori hanno definito una forma di censura corporativa.

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