[CONTRIBUTO] La “supertassa” del… 15% sulle multinazionali non è la million tax. La montagna del G7 di Londra ha partorito un topolino

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Riceviamo dai compagni della redazione Il Pungolo Rosso e pubblichiamo qui sotto questo contributo giàè disponibile sul loro sito (vedi qui):

La “supertassa” del… 15% sulle multinazionali

– p.c.

Londra, 4-5 giugno: “Al G7 accordo storico sul fisco – tassa globale sulle multinazionali”, spara la Repubblica che in prima, a tutta pagina, la qualifica come “supertassa globale”, riportando su questo evento-non evento pacati commenti dei protagonisti: un “evento sismico” (Sunak, ministro delle finanze britannico), “straordinario, capita una volta ogni cento anni” (Gentiloni, commissario UE), “un passo storico” (Draghi), e via di questi passi.

La percentuale fissata è il 15%, e resterà nella storia più o meno come il 10% del tangentismo di “Mani Pulite”, dopo il quale “evento sismico” la corruzione dentro e fuori la p.a. è continuata come prima e più di prima. E se non sarà per questo, lo diventerà per essere la bufala del secolo – anche se quella delle bufale del secolo, a giudicare dai primi vent’anni, sarà una bella gara.

Ci si può obiettare: ma come, finalmente si costringono le multinazionali a pagare qualcosa e voi non siete contenti? “Poco è sempre meglio che niente”.

Se andiamo a vedere cosa c’è realmente dentro questo pacco, forse scopriamo che “niente è meglio di poco”.

Anzitutto perché per qualche anno ancora i grandi evasi (dai “sacri confini nazionali”, contro i quali non ci sono mandati di cattura internazionali) continueranno a non pagare; non pagano per i morti che fanno, figurarsi per i vivi! Il “provvedimento” su cui strombazzano i ruffiani della dragheria è solo un’intesa tra alcuni paesi, e non ha il minimo di esecutività. Chi pensa che le multinazionali (nemmeno dicono quali!) il 30 giugno di ogni anno compileranno il 730 alla stregua dei salariati, è bene che abbandoni questo sogno non solo per l’anno in corso ma, a dir poco, per un triennio. Dopo di che, ove questo sostanzioso tributo fosse regolarizzato e fissato, a saldo delle ruberie sistematiche che i super-capitalisti operano anche nei confronti dei loro stati, lo sarebbe ad appena un terzo di quello che pagano operai, impiegati, insegnanti, ma anche partite Iva e altri soliti. In Italia l’aliquota irpef minima, per i salari operai e proletari fino a 15.000 euro, è al 23% – e il prelievo fiscale complessivo sui salari è in media del 43%! Chiaro?

Non a caso, riporta sempre la Repubblica senza accorgersi del ridicolo, Apple, Google, Facebook e Amazon plaudono all’intesa: “Bene un accordo equilibrato, e una stabilità duratura per il sistema globale fiscale”. Ancora più gongolante la responsabile per Italia e Spagna di Amazon, Mariangela Marseglia: “Sono molto contenta degli sviluppi che ci sono stati nell’ultimo G7 dei ministri finanziari, perché in realtà quello che loro hanno deciso, cioè un approccio uniforme alla tassazione delle aziende multinazionali, è quello che noi abbiamo cercato di portare avanti da molto tempo”.

Ora, al di là dell’ipocrisia che è il tratto tipico dei borghesi di tutte le risme e professioni, andiamo al sodo, ai numeri fissati a Londra. I numeri sono due: 15% come aliquota globale minima per ogni paese, e un prelievo di entità non specificata (i soliti segreti) ma solo sul 20% della quota di profitti superiore al 10% del fatturato. La prima cifra è di poco superiore all’attuale 12,5% che le suddette multinazionali pagano in quello che è uno dei massimi paradisi fiscali europei, l’Irlanda. La seconda cifra è quella che fa esultare Amazon, perché Amazon dichiara un margine di profitto nettamente inferiore al 10%, di poco superiore al 6% – in Europa nel 2020 ha avuto un fatturato di 44 miliardi di euro (+30% rispetto all’anno precedente), ma nonostante questo dichiara perdite per 1,2 miliardi (al netto degli abituali falsi in bilancio, si tratta di investimenti…), sicché la sua affiliata europea Amazon EU Sarl, basata in Lussemburgo, il paradiso fiscale creato da Juncker e Co., vanta addirittura un credito d’imposta sui futuri profitti pari a 56 milioni.

Un’altra chicca della “storica” intesa è che, se venisse introdotta questa minimum tax per le maxi-imprese, verranno rimosse le modestissime web tax introdotte in Francia e in Italia sui giganti del web.

La truffa mediatica è talmente palese che perfino un pesce lesso come Piketty ha reagito, e da Trento ha definito tutto ciò “uno scherzo”, e la glorificazione della decisione del G7 sul 15% “scandalosa”, se si fa il paragone con ciò che paga di tasse la “classe media”, che è il suo referente, non il nostro, ovviamente. Se l’è presa, perché si è sentito trattato come un imbecille – in effetti non è un genio, ma fin lì ci arriva. Del resto anche un economista del potere come Michael Spence ha rilevato che senza “una autorità che vigili sull’applicazione” di questa intesa (quando dovesse diventare operativa), e commini le relative penalizzazioni “per chi non adempirà a quanto previsto” (la normalità è questa), le decisioni di Londra sono scritte sull’acqua.

Qui un accenno alla “nostra meravigliosa Costituzione” è d’obbligo perché la sua proclamazione della progressività è ancora una volta sbugiardata dai dati della realtà che vanno nella direzione esattamente contraria, e mostrano come da decenni abbiamo assistito ad una continua progressione della regressività che col nuovo secolo ha subito una forte accelerazione. E il più quotato candidato alla presidenza della repubblica (Draghi) ha celebrato la fissazione alla scala globale della regressività dell’imposta come “un passo storico”; eppure c’è in giro una quantità di facce di bronzo che spacciano l’intesa di massima raggiunta a Londra come la realizzazione di un principio di “equità sociale”, e lo stesso Draghi come uno degli artefici principali dell’accordo.

Le “trovate” di Renzi, gli annunci di Gigino Di Maio sulla sconfitta della povertà o di Conte sugli anni meravigliosi che ci attendevano, appaiono ora, come balle, poca cosa davanti alle manipolazioni di questo governo “dei migliori” che ha dimostrato di saper fare di peggio e di più servendosi di un controllo sempre più stretto sulla stampa e sui mezzi di comunicazione che gli fanno eco con un servilismo ed una piaggeria indecenti.

Ciò detto, ci sono però tre punti degni di evidenza in questa proclamata intenzione di voler minitassare le multinazionali, ed è l’accordo che i pescecani del G7 hanno trovato sulla spartizione degli introiti, che non andranno versati nel paese dove queste hanno le loro sedi, ma nei paesi nei quali operano. Gli Stati Uniti e la UE hanno deciso che prima di attaccare i proletari devono mettersi d’accordo un po’ meglio tra loro, farsi un po’ meno concorrenza e trovare dei punti di compromesso anche sul piano fiscale, così da rinsaldare la loro alleanza divenuta negli scorsi anni alquanto traballante.

Il secondo è l’interesse di tutti i governi del G-7 a dare una qualche regolata allo strapotere di un pugno di società multinazionali o, meglio, transnazionali, divenute troppo potenti, non solo sul piano finanziario, anche come esorbitante peso nell’informazione/disinformazione globale e nelle decisioni politiche, per non spingere i “comitati d’affari” dell’insieme delle classi capitalistiche a contro-misure di vario tipo, incluse queste di ordine fiscale, che – pur nella loro estrema modestia – contengono pur sempre un segnale d’avviso.

Il terzo punto è l’iniziativa di Biden, perché è alla sua amministrazione che tutta la faccenda rimanda. La sua intenzione di aumentare le tasse sui più ricchi e sulle multinazionali (la sua proposta era di una minimum tax al 21%, una proposta molto tattica perché gli era noto il no dell’UE) non è solo panna montata. È la risposta obbligata alla forte polarizzazione sociale e politica espressa lo scorso anno nel movimento del Black Lives Matter, che non ha sollevato solo la “questione razziale”, ed anche ad alcune iniziative specifiche promosse da ambienti sindacali e da associazioni di base a favore della tassazione dei più ricchi (per rispondere all’assenza o al degrado dei servizi sociali) con epicentro nella California. Con prontezza superiore al previsto, il suo staff si è mosso per neutralizzare lo scontento diffuso nel proletariato e negli strati sociali poveri (composti anche di elementi dei ceti medi precipitati nel vuoto) accreditando il governo e lo stato come promotori di “giustizia sociale”. E non si tratta solo dell’America. Nella contesa globale con la Cina per non farsi strappare il dominio del mondo, gli Stati Uniti debbono riverniciare la propria immagine di colori più attraenti di quelli trumpiani. La politica fiscale “rivoluzionaria” di Biden rientra in questa operazione cosmetica, anche a costo di chiedere, o imporre, un piccolo “contributo” ai propri mega-miliardari che se ne vanno a spasso per i cieli in direzione Marte. (Così come vi rientrano le manovre di una quantità di fondazioni a cooptare nel proprio seno o come forze collaterali alcuni settori del BLM.)

Dubitiamo, signor Biden, che questa operazione cosmetica basterà a raggiungere i due obiettivi. Si vedrà, ma una cosa è certa: quando il proletariato alzerà la testa, allora pagherete caro, e pagherete tutto!


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