I prodotti tessili, ovvero qualsiasi prodotto (allo stato grezzo, lavorato, semi-lavorato, confezionato o semi-confezionato) che sia composto esclusivamente da fibre tessili, può essere commercializzato solo ed esclusivamente se regolarmente etichettato, contrassegnato o accompagnato dagli appositi documenti commerciali come previsto dal Regolamento 1007/2011/UE. Quello che attualmente è obbligatorio inserire nelle etichette è la percentuale delle fibre che compongono il capo, apposte in ordine decrescente. Il Paese di provenienza , il famoso “made in”, e altre informazioni come manutenzione del capo, lavaggio e taglie sono, al momento, facoltative. Nell’ottica di andare in una direzione sempre più circolare e per adeguarsi alle nuove normative sull’eco-design, sarà messa sul tavolo nel mese di giugno anche la revisione del Regolamento per l’Etichettatura Tessile.
Alla luce di tutte le nuove fibre in circolazione e soprattutto per regolarizzare la giungla poco chiara di tessuti riciclati, rigenerati e bio-based, la nuova etichettatura prevede una maggior precisione ed accuratezza nelle diciture approssimative usate fino ad ora. L’idea è quella di inserire le nuove fibre con i loro nomi, ma anche delle estensioni nel caso le suddette fibre siano appunto riciclate o rigenerate o di altra natura.
Sarà inoltre d’obbligo dichiarare tutti i materiali, soprattutto in capi “composti” dove ci sono fodere, inserti o dettagli in fibre diverse da quella principale. Inoltre si abbasserà al soglia di tolleranza per le “altre fibre” in capi dichiarati “monomateriale”: molto spesso un tessuto è composto da fibre miste ma la percentuale è bassa e quindi non viene dichiarata (di fatto si tratta a tutti gli effetti di una fibra composta, quindi più difficile da riciclare, ecco perché secondo il nuovo regolamento questo sarà possibile solo se l’altro materiale è al di sotto del 2%).
Per evitare etichette chilometriche e complesse (la lista materiali nelle etichette dell’UE è minimo in due lingue, quando non di più) si sta procedendo alla definizione di pittogrammi (disegni) che siano standard e riconosciuti da tutti i paesi. Una soluzione che indubbiamente renderà l’etichetta più “snella”, ma nello stesso tempo anche più complessa per un utente non propriamente addentro al mondo delle fibre tessili. Tra gli altri punti in fase di valutazione, quello di adottare standard riconosciuti anche per quanto riguarda le misure (sistemi di taglie) ed i simboli per la manutenzione ed il lavaggio. L’ostacolo della taglia, che si differenzia da paese a paese, è una delle maggiori cause del reso: l’idea di un approccio unitario e condiviso vorrebbe limitare questo problema e ridurre al minimo il corto circuito ambientale delle restituzioni dei capi acquistati online.
Un’etichetta più corta, più comprensibile (almeno in teoria) e a favore di cliente, alla quale verrà aggiunto il famigerato QR Code collegato all’etichetta in versione digitale con tutte le informazioni aggiuntive del capo: dalle certificazioni ai simboli, dai processi produttivi fino ai fornitori; dati, questi ultimi, a discrezione del marchio.
La proposta verrà presentata il prossimo mese, alla quale seguiranno trattative e negoziati tra Parlamento e Consiglio Europeo. Per vedere in circolazione le nuove etichette, quindi, ci vorranno almeno un altro paio di anni. Nel frattempo è sempre una buona abitudine consultare quelle attualmente in circolazione.
Proprio come accade per i generi alimentari, anche le etichette dei capi di abbigliamento contengono informazioni importanti per il cliente finale. Solo che, a dispetto di quelle dei cibi, alle quali si presta sempre più attenzione perché le sostanze contenute vanno ad impattare direttamente il nostro corpo, quelle tessili sono largamente ignorate (pensando erroneamente che quello che indossiamo in realtà non abbia conseguenze dirette anche sulla nostra salute).
Leggere correttamente le etichette dei capi significa guardare tre blocchi di informazioni: composizione, manutenzione e origine/produzione, tenendo presente che la composizione in fibre e i simboli di cura sono le informazioni più utili per capire qualità e gestione del capo.
La composizione è fondamentale per capire qualità e controindicazioni del capo: le fibre sono indicate in percentuale e in ordine decrescente: il materiale scritto per primo è quello prevalente nel capo. “65% cotone, 35% poliestere”, significa che il capo è soprattutto cotone ma ha una quota sintetica che può influire su traspirabilità, mano del tessuto e comportamento al lavaggio.
Capire come lavare e curare i capi è altrettanto prioritario per garantire la durata o almeno le condizioni ottimali; per questo ci sono appositi simboli. La vaschetta indica il lavaggio, il triangolo il candeggio, il quadrato l’asciugatura, il ferro da stiro la stiratura e il cerchio il lavaggio a secco. Eventuali linee sotto il simbolo indicano un trattamento più delicato, mentre la X significa divieto per quella specifica operazione.
Quando compare un numero dentro la vaschetta, quello indica la temperatura massima di lavaggio; più il capo è delicato, più conviene rispettare temperature basse e cicli non aggressivi. Per la stiratura, i puntini nel simbolo del ferro indicano la temperatura massima: uno per bassa, due per media, tre per alta. Per l’asciugatura, il quadrato con cerchio segnala l’asciugatrice, mentre la X indica che non va usata (in generale l’asciugatrice meno si usa, meglio è; così come sarebbe meglio non lavare spessissimo i capi per una migliore conservazione e resa del tessuto).
Infine la dicitura “Made in” racconta dove il capo è stato realizzato; da non confondere con “Designed in” che spesso localizza solo il luogo dove è stato progettato. In entrambi i casi queste sono due informazioni aleatorie (dato che l’apposizione del Made in Italy, ad esempio, può verificarsi anche se in Italia è stato realizzato solo un passaggio minimo, tipo attaccare un bottone ad una camicia prodotta interamente in India).
La via verso la trasparenza, la circolarità e l’onestà è ancora lunga. Spesso, le etichette più affidabili e anche più creative, si trovano lontano dalle norme e dalle grandi aziende, ma nel cuore di marchi indipendenti che hanno il coraggio di sfidare etichette e status quo.
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