Le polemiche nate attorno al caso De Gregori rientrano in quello che potremmo definire il paradosso della modernità: un’epoca che sa tutto, che ha la possibilità d’informarsi su tutto, ma non ricorda realmente nulla. In breve, secondo De Gregori, chi esprime la propria idea sulla guerra israeliano-palestinese è da biasimare. «Provo sempre un certo imbarazzo quando un uomo di spettacolo vuole schierarsi su questioni di guerra e delicate questioni internazionali». Le sue parole hanno diviso l’opinione pubblica e hanno dato il via a una polemica più ampia sul ruolo dell’artista nello spazio pubblico. Che cosa può dire e soprattutto cosa non può e non dovrebbe dire un artista? Deve intervenire come coscienza civile o lasciare che siano le sue opere a parlare per lui? E ancora… può un artista, oggi, non prendere posizione sulle grandi questioni politiche e sulle guerre in corso?
Per capire davvero la posta in gioco, e chiedersi quale debba essere il ruolo dell’artista, bisogna innanzitutto capire come funziona l’arte. E bisogna perciò partire dall’idea, sempre più diffusa, che l’artista viva in una sorta di torre d’avorio; immerso nelle creazioni di opere stupende e meravigliose, bellissime e delicate… un’idea che esiste certo, ma solo nella fantasia di certi film hollywoodiani.
Ebbene cari signori e gentili signore, mi dispiace deludervi ma l’arte non è affatto una cosa nobile, eterea, ma è una cosa sporca, sporchissima, è la cosa più sporca che ci sia. Di rado nella storia della letteratura, della filosofia, della musica e della poesia un artista è diventato tale soltanto grazie alla forza e alla bellezza della sua prosa e delle sue canzoni. O meglio non solo. Gli artisti, o per lo meno la maggior parte di loro, furono nella loro vita quotidiana dei piantagrane. Provocatori, scocciatori, sobillatori, quelli che oggi definiremmo opinionisti.
Gli opinionisti, in effetti, non sarebbero mai esistiti senza Voltaire. Noi oggi ricordiamo Tolstoj per Guerra e Pace e Anna Karenina, ma nella sua epoca non c’era circolo che non frequentasse, non c’era dibattito che disertasse, non vi era questione morale che mancasse di esaminare. E da molti è ricordato non solo come scrittore ma come il fondatore di un movimento culturale e spirituale che a sua volta ha ispirato movimenti come quello di Gandhi o di Martin Luther King.
Il cantautore italiano Francesco De GregoriDante era talmente invischiato nelle vicende politiche di Firenze, da esserne esiliato; e detestava a tal punto «i tiepidi di spirito», coloro cioè, che non avevano il coraggio di prendere posizione, da averli collocati in un girone tutto loro, l’Antinferno, perché tali anime sia il Cielo sia gli inferi rifiutano. Se oggi i ragazzi conoscono il nome di Calvino, è perché venne preso sotto l’ala del buon Einaudi, che faceva letteratura sì, ma letteratura impegnata.
E notò quel promettente giovane per la sua penna, ma in primis perché condividevano un’affinità politica. E come non ricordare il padre di tutti i piantagrane socialmente e politicamente impegnati, colui che se oggi fosse vissuto avrebbe militato in ogni palco, piazza, raduno e ritrovo? Sto parlando di Socrate ovviamente. La sua maieutica non era nata per essere confinata in qualche accademia, ma era una cosa viva. Socrate parlava e discuteva con chiunque: aristocratici e gente del popolo; fermava la gente nel mezzo della strada e li torchiava con le sue domande scomode.
Che cosa hanno in comune questi personaggi? Furono grandi scrittori, grandi filosofi, grandi poeti, ma furono anche e soprattutto uomini presenti e attivi nel dibattito culturale della loro epoca. Commentavano i fatti di cronaca, le questioni politiche, partecipavano alle grandi questioni etiche e morali del loro tempo. E proprio perché erano artisti, ed erano consapevoli del loro ruolo, prendevano posizione. Facevano sentire la loro voce. Le opere più belle della letteratura nacquero come risposta a quei dibattiti culturali in cui erano immersi.
Fu dal tema dell’adulterio, dibattuto in lungo e in largo dagli opinionisti russi del XIX secolo, che nacque Anna Karenina. Un fatto di cronaca nera ispirò Delitto e Castigo. Parlando di musica è difficile pensare alla nascita di canzoni come La guerra di Piero, Fiume Sand Creek, e Re Carlo tornava dalla guerra se De André non avesse preso posizione contro la guerra.
«Ma è la ponderata opinione dell’autore di questo libro che a combattere le guerre siano le persone migliori, o diciamo pure semplicemente le persone; ma a provocare, iniziare e far scoppiare le guerre sono le solite rivalità economiche e i porci che ne traggono profitto. Ritengo che tutti quelli che hanno da guadagnare da una guerra e che contribuiscono a causarla andrebbero fucilati il giorno che inizia, da rappresentanti accreditati dei leali cittadini di quei paesi che si accingono a combatterla».
Ecco, Ernest Hemingway, che era convinto che scopo di un artista degno di questo nome fosse prendere posizione e sfidare i Soloni di turno, avrebbe riso in faccia a chi avrebbe voluto farne un’intellettuale da salotto, adatto soltanto a scrivere belle parole e dolci frasi. Avrebbe lanciato uno sguardo sconvolto a chi gli avesse detto che un artista deve restare neutrale e non prendere posizione; non avrebbe capito fino in fondo il significato della parola imparzialità, e avrebbe lanciato occhiate sempre più nervose alla porta, se avessero tentato di convincerlo che l’arte e la politica sono due cose ben distinte.
Lo scrittore Ernest HemingwayLa letteratura è politica. L’arte è politica. La filosofia è politica. Come lo è la Storia. Persino la scelta di cosa raccontare è già di per sé una presa di posizione politica ben precisa. Politica intesa non come «vota questo o quel partito», ma intesa come riflessione, partecipazione e analisi critica di ciò che significa pensare, vivere e dialogare nel mondo di oggi.
Certo, in passato un artista faceva sentire la sua voce nei circoli e nei salotti letterari, o nelle retrovie dei partiti; oggi i social hanno preso il posto dei salotti e i palchi calamitano l’attenzione delle folle. Ma se i luoghi, le modalità di trasmissioni e i punti di ritrovo sono cambiati, la funzione dell’arte è sempre la stessa. O meglio dovrebbe esserlo. La cosa imbarazzante non è l’artista che prende posizione, ed esprime la sua opinione, opinioni che possono essere condivisibili oppure opinabili, intelligenti e sciocche, ragionate o impulsive, profonde o volgari… ciò che è davvero imbarazzante è che l’artista abbia dimenticato il suo ruolo, la sua ragion d’essere e la sua funzione. E che anche il suo pubblico lo abbia fatto.
Oggi quando un artista, uno storico, un intellettuale parla di qualcosa di scomodo, di problematico, di attuale, c’è sempre qualcuno che dice: «non sei abbastanza qualificato per farlo!», «torna a occuparti della materia di tua competenza!». Perfino Barbero, colpevole di essersi pronunciato contro il riarmo, è stato duramente attaccato da chi crede che uno storico sia una sorta di idiota sapiente che sa tutto del passato, ma che nelle grandi questioni del presente il cervello deve spegnerlo e mandarlo in soffitta. Ma ragionare in questa maniera non significa soltanto uccidere Barbero come persona, significa uccidere la storia e l’arte in senso più ampio.
Il motivo per cui oggi tanta narrativa ci scivola addosso come acqua cheta, il motivo per cui tanti film ci sembrano insipidi, per non parlare delle canzoni, e perché l’artista ha dimenticato il suo ruolo. L’arte ha perso la sua ragion d’essere: farci immergere nei dilemmi morali della nostra epoca, nei suoi dibattiti più vivi. È diventata una forma di auto terapia dello scrittore, di seduta psicoanalitica dei suoi drammi sentimentali e delle sue relazioni disfunzionali. Mi viene in mente un motto di Stendhal che diceva: «a patto che non si parlasse di Dio, di politica e di religione, eravamo liberi di parlare di qualsiasi cosa».
Escluse le grandi battaglie civili, le guerre, la politica, e la religione, esclusi i conflitti sociali e ideologici, cosa resta all’artista se non appunto il suo Io e i problemi emotivi che lo affliggono?
La vera tragedia, ciò che ci dovrebbe imbarazzare non sono gli artisti, e con artisti intendo cantanti, scrittori, musicisti che si espongono su un palco con le loro prese di posizione, chiaramente ognuno con i propri mezzi, (il che significa che da un cantante non mi aspetto una dissertazione filosofica alla Tolstoj), la vera tragedia è che non lo facciano abbastanza. Che si diffonda sempre più l’idea che l’arte debba essere slegata dall’attualità, che viva in una fantomatica e inesistente torre d’avorio, e cessi di essere una cosa viva, e dunque necessaria. E diventi quello che è già per molti: un ammasso di date e nomi da memorizzare e di pagine da collezionare, o ancora peggio una forma più sofisticata di svago ed evasione. Un passatempo e nulla più.
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