A oltre due anni dalla scadenza del precedente documento, la Conferenza Stato-Regioni ha dato il via libera definitivo al nuovo Piano pandemico nazionale 2025-2029 varato dal governo Meloni. La nuova strategia, sostenuta da un finanziamento di oltre 1,1 miliardi di euro, abbandona l’approccio focalizzato su una singola malattia per concentrarsi su tutti i patogeni a trasmissione respiratoria ad alto potenziale pandemico. Il testo esclude il ricorso a lockdown generalizzati, puntando invece su interventi modulabili in base all’emergenza, sull’utilizzo mirato dello smart working, su sistemi di ventilazione e sul potenziamento delle scorte strategiche di vaccini e dispositivi di protezione.
Il piano appena approvato segna un cambio di impostazione rispetto al precedente PanFlu 2021-2023, delineando un sistema costruito attorno alla via di trasmissione respiratoria, in grado di adattarsi a virus dalle caratteristiche epidemiologiche anche molto diverse tra loro. L’obiettivo dichiarato è «ridurre gli effetti di una pandemia sulla salute della popolazione» e garantire «azioni appropriate e tempestive per il coordinamento a livello nazionale e locale». Come specificato nel testo ufficiale, l’impianto operativo si struttura ora su cinque fasi distinte e progressive: prevenzione e preparazione, allerta, risposta di contenimento, risposta di controllo e, infine, recupero. Per supportare questa nuova architettura, la legge di bilancio ha previsto un pacchetto di risorse vincolate: 50 milioni per l’anno in corso, 150 milioni per il 2026 e 300 milioni annui a partire dal 2027. Questi fondi non verranno distribuiti a pioggia: le Regioni a statuto ordinario dovranno presentare delibere di recepimento con cronoprogrammi dettagliati, che saranno sottoposti al vaglio di un apposito Comitato di Coordinamento. Le Regioni a statuto speciale, invece, vi provvederanno autonomamente con le proprie risorse di bilancio.
Per quanto riguarda le misure da adottare, il piano esclude lockdown generalizzati. Le restrizioni saranno introdotte tramite legge ordinaria o decreti-legge, modulate in base alla gravità della situazione epidemiologica. Gli interventi non farmacologici (NPI), tra cui distanziamento fisico e sospensione di eventi di massa, sono descritti come «prima linea di difesa» nelle pandemie. Viene espressamente richiamato il ricorso al lavoro agile e alla flessibilità degli orari, con particolare attenzione ai «lavoratori fragili». È inoltre istituito un gruppo di lavoro per elaborare indicazioni sull’utilizzo di sistemi di ventilazione meccanica controllata nelle scuole, nei luoghi di lavoro e sul trasporto pubblico. Sul piano delle contromisure mediche, l’Italia partecipa all’approvvigionamento comune europeo di vaccini. È già in essere un contratto di prelazione con GSK per il vaccino pre-pandemico influenzale (Adjupanrix), con una spesa annua di circa 7,7 milioni di euro. Viene inoltre previsto l’acquisto del vaccino zoonotico Seqirus (contro l’influenza aviaria H5N1) per allevatori, veterinari e macellai, per un costo annuo di 1,65 milioni di euro. Il piano stanzia infine oltre 88 milioni di euro per la costituzione di scorte del farmaco antivirale Oseltamivir, sufficienti a coprire più di 3,7 milioni di cicli di trattamento.
Nonostante l’approvazione, l’iter ha sollevato forti perplessità. Le opposizioni hanno espresso timori che il testo si limiti a un elenco di obiettivi anche condivisibili sulla carta, ma insufficientemente definito sui punti decisivi, come la garanzia di un rapido accesso a farmaci e vaccini e gli strumenti operativi per evitare di ritrovarsi impreparati di fronte a una crisi sanitaria. Secondo le critiche, sarebbero servite scelte più chiare, indicazioni operative puntuali e una strategia concreta per l’approvvigionamento e la distribuzione delle cure. Anche alcuni infettivologi hanno affermato che il piano non affronterebbe adeguatamente la questione della provenienza tempestiva di farmaci e vaccini, sostenendo che, in caso di nuova emergenza pandemica, l’Italia si troverebbe in ritardo rispetto agli altri Paesi.
Allungando lo sguardo sul mondo, si è nel frattempo conclusa lo scorso mese Polaris II, un’esercitazione globale organizzata dall’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) incentrata sulla simulazione di una pandemia causata da un batterio fittizio. Svoltasi tra il 22 e il 23 aprile 2026, ha coinvolto 26 Paesi, 25 organizzazioni partner e circa 600 esperti di emergenze sanitarie, con l’obiettivo di testare la capacità di risposta coordinata a future crisi globali. L’Italia, però, non ha partecipato. L’esercitazione è stata imperniata su procedure operative, strutture di emergenza e sistemi di comunicazione tra Stati, facendo riferimento a due principali framework OMS: il Global Health Emergency Corps (GHEC), volto a rafforzare il personale sanitario secondo principi di equità e solidarietà, e il National Health Emergency Alert and Response, che definisce i meccanismi di coordinamento e le azioni a livello nazionale e locale. Ampio spazio è stato dato anche all’impiego dell’intelligenza artificiale per la pianificazione e la gestione delle emergenze.
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