In Iran c’è una folta comunità ebraica che da secoli vive in pace, ed è contro Israele

5 days ago 49

Non molti sanno che in Iran vive la comunità ebraica più grande del Medio Oriente al di fuori da Israele, con più di cento sinagoghe attive. Anche questa comunità è stata colpita dagli attacchi aerei israeliani, condannati fortemente da Bihdad Mikhail, direttore dell’Associazione Ebraica di Teheran. Il 7 aprile 2026, durante la festività di Pesach, la storica sinagoga Rafi-Nia a Teheran è stata rasa al suolo. L’operazione, descritta dall’esercito israeliano come un “danno collaterale” volto a colpire un comandante militare in un edificio attiguo, ha scosso profondamente la comunità ebraica locale. Bihdad Mikhail ha espresso profondo dolore per i sacri testi e i rotoli della Torah sepolti dalle macerie. I leader della comunità hanno definito Israele un “funesto regime sionista”, ribadendo la totale lealtà alla patria iraniana contro ogni aggressione esterna. 

Edificata negli anni Settanta, la sinagoga non era solo un luogo di culto degli ebrei khorasan ma il simbolo di una presenza ebraica in Iran, che affonda le radici in oltre duemila anni di storia. Gli ebrei iraniani formano una delle più antiche diaspore del mondo: essi risiedevano in Persia dal 727 a.C. circa, essendo arrivati nella regione come schiavi dopo essere stati catturati dai re assiri e babilonesi. Nel 539 a.C., Ciro il Grande, fondatore dell’Impero Achemenide, conquistò Babilonia e liberò gli ebrei, consentendo loro di tornare a Gerusalemme per ricostruire il Tempio. Sebbene molti tornarono, una comunità consistente scelse di rimanere sotto la benevola protezione dei sovrani persiani, integrandovisi stabilmente.

Con l’inizio del terzo secolo, con l’instaurazione dell’Impero Sasinede, tutte le religioni vennero vietate in favore di quella di Stato, lo zoroastrismo. Gli ebrei, come buddisti, indù, cristiani e così via, non potevano più praticare il loro culto. Con la conquista arabo-islamica della Persia nel VII secolo, lo status degli ebrei mutò. Vennero classificati come protetti, una condizione che garantiva la libertà di culto in cambio del pagamento di una tassa. Nel XVI secolo, con la dinastia Safavide, che impose lo sciismo come religione di Stato, gli ebrei, come gli appartenenti ad altri culti, vennero emarginati dalla società. Con l’inizio del XX secolo, con la dinastia Pahlavi, e poi con il governo socialista di Mohammad Mosaddegh del secondo dopoguerra, come poi di nuovo i Pahlavi legati agli USA, la comunità ebraica ottenne un’ampia emancipazione civile ed economica.

Nonostante l’emigrazione di massa verso Israele e gli Stati Uniti, a seguito della Rivoluzione Islamica del 1979, la leadership dell’Ayatollah Khomeini stabilì un principio ideologico cardine: la distinzione tra giudaismo, religione monoteistica protetta e rispettata, e sionismo, condannato come ideologia politica coloniale. L’ayatollah Ruhollah Mostafavi Musavi Khomeini, primo leader supremo della Repubblica Islamica dell’Iran, durante una riunione con una delegazione araba a Qom, ebbe a dichiarare: «Mosè non avrebbe nulla a che fare con questi sionisti simili a faraoni in Israele. E anche i nostri ebrei, i discendenti di Mosè, non hanno nulla a che fare con loro. Riconosciamo i nostri ebrei come separati da quei sionisti senza Dio e succhiasangue». In seguito emise una fatwa decretando che gli ebrei dovevano essere protetti.

Tale dottrina è sancita dall’articolo 13 della Costituzione iraniana, che riconosce ufficialmente la minoranza ebraica, garantendole la libertà di culto e un seggio riservato nel Parlamento, così come riconosciuto e garantito a cristiani e zoroastriani.

Oggi l’Iran ospita la maggiore comunità ebraica del Medio Oriente al di fuori di Israele, potendo contare su circa 10.000 membri e oltre 100 sinagoghe attive, distribuite principalmente tra Teheran, Isfahan e Shiraz. Dal punto di vista socio-economico, gli ebrei iraniani gestiscono liberamente le proprie attività commerciali, scuole confessionali, macellerie kosher e persino strutture sanitarie dedicate, come lo storico ospedale Sapir a Teheran. Ciononostante, la vita di tutti i giorni comporta precisi vincoli, come rispettare in pubblico i codici islamici. Persistono inoltre preclusioni nell’accesso alle alte cariche statali o militari, nonché disparità legali in ambito ereditario rispetto ai cittadini musulmani.

La condanna di Bihdad Mikhail dopo il crollo della sinagoga Rafi-Nia riflette questo equilibrio storico. Dinanzi alla perdita dei rotoli sacri, gli ebrei d’Iran hanno riaffermato la propria identità nazionale, scindendo il legame spirituale con la Terra Santa da quello politico con Israele, sottolineando la lealtà politica verso lo Stato in cui risiedono da secoli. 

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