In Italia “gravi attacchi allo stato di diritto”: il rapporto del Comitato ONU contro la tortura

1 week ago 76

Violenza di polizia, respingimenti alle frontiere, decreti sicurezza, CPR: l’Italia è finita di nuovo nel mirino del Comitato ONU contro la tortura, che in un recente rapporto ha messo in discussione numerose politiche attuate negli ultimi anni. Molte tra quelle incriminate sono misure bandiera del governo Meloni, le quali, per il Comitato, rappresentano una “minaccia ai principi fondamentali dello stato di diritto”. Dalla situazione delle carceri alla repressione del dissenso e delle libertà civili, passando per la violazione dei diritti dei migranti fino ai decereti sicurezza e allo scudo penale per la polizia, le criticità individuate sono molteplici e caratterizzano nel profondo il programma politico dell’attuale governo.

In prima istanza, il Comitato critica la definizione ancora nebulosa del crimine di tortura, già introdotto con notevole ritardo rispetto a diversi altri Paesi. Uno dei primi provvedimenti di Fratelli d’Italia, partito di Giorgia Meloni, a pochi mesi dalla formazione del governo, fu proprio una proposta di legge che ne chiedeva l’abrogazione, per tutelare le forze dell’ordine dal rischio di “denunce e procedimenti strumentali”. Di fatto, come segnalato dalla Commissione ONU, la definizione stessa del reato di tortura così come prevista dall’art. 613 bis del Codice Penale è formulata in modo che la sostanza differisca notevolmente da quanto definito dalla Convenzione contro la tortura. Così come formulato nel Codice italiano, infatti, il reato evita di sottolineare intenzionalità e scopo, elementi centrali nel definire un atto di tortura. In aggiunta a ciò, la tortura è definita in modo da diventare un reato generico che può essere commesso da qualsiasi individuo e non specificamente dalle forze dell’ordine “o da ogni altra persona che agisca a titolo ufficiale” (art. 1 Convenzione).

Un nodo centrale riguarda i diritti basici delle persone indagate che, secondo quanto rilevato dalla Convenzione, vengono sistematicamente negati – dalla possibilità di comunicare ai familiari il proprio stato di arresto, alla mancata comunicazione dei propri diritti (specie agli stranieri), fino alle difficoltà di accedere a un avvocato (in particolare al gratuito patrocinio) e alla possibilità di essere trattenuti fino a 24 ore dagli agenti per “scopi identificativi”, anche se non ci si trova tecnicamente in arresto (art. 349 del Codice di Procedura Penale). Alla stessa maniera, il Comitato ha espresso “serie preoccupazioni” per le condizioni delle carceri, tra sovraffollamento che sfiora il tasso del 138% e condizioni materiali di detenzione in costante peggioramento, tra scarso accesso ad attività educative e a cure mediche. La inadeguata attenzione riservata ai detenuti con problemi psichici, inoltre, non fa che peggiorare la situazione. A testimoniare la criticità della situazione vi è il numero “persistentemente alto di morti durante la detenzione” anche a causa di un alto numero di suicidi in carcere, sui quali le indagini, scrive il Comitato, sono condotte con “ritardo significativo”. Un capitolo a sè stante è dedicato al 41-bis, del quale si richiede una revisione e una applicazione solo in casi “assolutamente necessari”.

Il trattamento riservato alle persone migranti, poi, occupa un ampio capitolo del documento del Comitato ONU. Se, da un lato, il principio di non respingimento viene puntualmente violato anche grazie a politiche che interpretano la migrazione come una questione prettamente securitaria, dall’altro l’esternalizzazione delle frontiere e delle procedure di asilo violano sistematicamente i diritti umani dei richiedenti asilo. D’altronde, l’Italia ha implementato strumenti per il controllo della migrazione, quali il memorandum di intesa con la Libia (siglato dal governo Gentiloni nel 2017 e successivamente rinnovato) e i CPR in Albania, che hanno trovato il pieno appoggio dell’Europa, la quale li ha presi a modello per definire le proprie politiche anti-migranti e cementificare i propri confini. Gli accordi con la Libia, infatti, sono stati stipulati nonostante sia un dato di fatto, sancito anche dall’esito di alcuni processi, che nello Stato nordafricano tortura, stupri, pestaggi e altri trattamenti violenti e inumani siano prassi consolidate nel trattamento riservato ai migranti dalle autorità (analogamente a quanto accade in Tunisia). Documenti quali il memorandum del 2017, tuttavia, sanciscono la collaborazione dell’Italia con la cosiddetta “guardia costiera libica”, cui vengono tutt’oggi forniti mezzi e fondi per operare le intercettazioni e i respingimenti dei migranti in mare – che spesso si concludono con la morte di questi ultimi. Non che un trattamento molto migliore sia ad essi riservato sul suolo italiano: sono molteplici, risontra il Comitato ONU, le accuse di uso eccessivo della violenza da parte delle forze dell’ordine contro i trattenuti nei Centri di Permanenza e Rimpatrio.

Il decreto Sicurezza (legge 80/2025) approvato lo scorso anno rappresenta infine un ultimo, cruciale tassello dell’analisi del Comitato. Esso rischia infatti di costituire un attacco diretto allo stato di diritto, a causa dell’aumento dei poteri concessi alla polizia e della contemporanea criminalizzazione della resistenza civile nonviolenta – incluse le proteste pacifiche dei detenuti nelle prigioni o dei trattenuti nei CPR. Chi è impegnato in prima linea nella lotta per la difesa dei diritti umani, scrive il Comitato, rischia di incorrere in persecuzioni giudiziarie ed in eventuali condanne spropositate – anche grazie a provvedimenti quali il primo cosiddetto “decreto flussi” (legge 15/2023), volta a regolare i flussi migratori e criminalizzare le attività delle ONG che operano i salvataggi in mare.

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