In NVIDIA, l’IA costa piú di un lavoratore umano

1 week ago 81

All’alba dell’intelligenza artificiale generativa, i dirigenti delle aziende del settore sostenevano che la democratizzazione di questo genere di strumenti avrebbe permesso di curare malattie, affrontare la crisi climatica e promuovere politiche sociali ancorate sul concetto di reddito universale. Da allora, però, il tono è cambiato. Oggi molte imprese legate all’IA esaltano la possibilità di automatizzare una parte consistente del lavoro intellettuale, alimentando le fantasie di chi sogna di sostituire la forza lavoro con chatbot e agenti digitali. Una visione che, tuttavia, fatica a reggere alla prova dei fatti. Bryan Catanzaro, dirigente di NVIDIA, azienda simbolo della rivoluzione tecnologica in corso, lo ammette apertamente: mantenere e far funzionare le intelligenze artificiali costa di più che assumere un normale dipendente.

«Per quanto riguarda il mio team, il costo computazionale [dell’IA] è ben superiore a quello dei dipendenti», ha ammesso Catanzaro, vicepresidente del deep learning applicato di NVIDIA, in un’intervista ad Axios. Una dichiarazione sorprendente, ma non del tutto inattesa, che la testata ha riportato senza fornire coordinate contestualizzanti. Che gli strumenti di intelligenza artificiale generativa (GenAI) siano costosi è cosa nota a chi segue da vicino il settore: le principali aziende erogano i propri servizi in abbonamento a prezzi fortemente sottocosto e persino i contratti “pro” da centinaia di euro non bastano a riequilibrare il rapporto tra costi e profitti. 

Con tutta probabilità, la dichiarazione di Catanzaro fa riferimento a Claude di Anthropic, sistema pensato principalmente per il settore corporate e basato su abbonamenti a uso limitato o su interfacce di collegamento con fatturazione a consumo. Anthropic, tuttavia, sta progressivamente eliminando i contratti più convenienti, spingendo i clienti verso un modello che li obbliga a pagare in base ai volumi di utilizzo. Le imprese che credono nella GenAI fanno largo uso di Claude e ne promuovono l’applicazione compulsiva all’interno dei contesti di lavoro, arrivando persino a creare classifiche interne che celebrano chi invia il maggior numero di comandi ai modelli di IA. È per esempio il caso di Meta, dove è nato in via informale un Claudeonomics che monitora l’impiego delle soluzioni di Anthropic. Secondo i calcoli di Fortune, il dipendente in cima alla classifica avrebbe scomodato nell’arco di un solo mese servizi GenAI per oltre un milione di dollari.

All’inizio di aprile Praveen Neppalli Naga, CTO di Uber, ha ammesso di aver sottovalutato pesantemente i costi dei modelli di intelligenza artificiale. «Sono tornato alla fase di progettazione perché il budget che pensavo bastasse è già stato spazzato via», ha dichiarato a The Information, riferendosi alla scelta dell’azienda di affidarsi con decisione ai modelli di programmazione Claude di Anthropic. In poco più di un trimestre, Uber ha dunque consumato in IA gli stanziamenti previsti per l’intero 2026, segno di una spesa fuori controllo. E non è un caso isolato: secondo Goldman Sachs, si trovano nella medesima condizione, bruciando i propri budget e arrivando a investire fino al 10% del costo del personale solo la mole di comandi inoltrata ai modelli di intelligenza artificiale.

Il che, naturalmente, non significa che questa nuova consapevolezza stia spingendo le aziende a rivalutare il proprio rapporto con l’intelligenza artificiale. Nonostante episodi aneddotici e ricerche scientifiche indichino chiaramente che, al momento, le IA non sono in grado di sostituire i lavoratori, molte grandi imprese tech continuano a portare avanti campagne di licenziamenti giustificate spesso proprio con l’avvento dell’automazione. La portata dei tagli è tale che nel 2020 è nato un sito dedicato interamente a monitorare gli esuberi nel settore tecnologico. E la tendenza non si ferma al comparto digitale: pochi giorni fa l’attrice Evangeline Lilly ha denunciato che Disney Corporation abbia licenziato circa un migliaio di dipendenti, molti dei quali creativi legati ai progetti Marvel, nella speranza di sostituirli con tecnologie di IA. In un memo interno letto da The Independent, l’azienda non menziona esplicitamente l’intelligenza artificiale, ma parla genericamente della necessità di “semplificare le operazioni”.

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