Essì, il cielo è sempre più blu. Il genio di uno che incide un disco intitolato Mio fratello è figlio unico non poteva finire semplicemente in una strana serata, dentro un’alba di inizio estate, nella pancia assonnata di Roma, frantumato da uno schianto di lamiere sulla strada. Sono passati 45 anni dall’ultima notte di Rino Gaetano, morto alle prime ore del 2 giugno 1981 per le ferite riportate dopo un tremendo botto sulla Nomentana: una fine ingrata per il poeta, il cantautore, il visionario. Ribelle no, non proprio. Era semplicemente, ora lo dicono in tanti, uno avanti anni luce a tutti. Il primo uomo che ha pronunciato la parola “sesso” al Festival di Sanremo – a quei tempi l’equivalente di entrare in Vaticano in bermuda e infradito. Nel 1978, all’Ariston, cantare Gianna calzando scarpe da ginnastica, indossando un frac ricoperto di finte medaglie e con un cilindro in testa gentile omaggio di Renato Zero, suonando l’ukulele e parlando apertamente di gente che si sveste e di un mondo fatto appunto di sesso, “chi vivrà vedrà”, mentre tutto intorno a lui era un trionfo di melodie, violini, fiori, smoking e consumato amore: per i canoni dell’epoca, se non era blasfemia, non era nemmeno tanto lontano dall’esserlo.
Una famiglia del sud
Rino Gaetano a Sanremo 1978 durante la sua iconica esibizione del brano ”Gianna”Per arrivare all’epilogo, alla notte che ha inghiottito con diverse ombre un purosangue della musica che cantava al futuro parlando al presente, bisogna fare un salto indietro. Alla famiglia Gaetano che si trasferisce da Crotone a Roma, il grande salto nella Capitale prima degli anni ’70. Un’abitazione modesta in Via Nomentana Nuova, al numero 53, i genitori che fanno i portieri dello stabile. Rino che si ferma alla seconda geometri, il padre che lo vorrebbe mettere al sicuro: sognava per lui un posto in banca, usciere o comunque come addetto, la sicurezza della pagnotta. Fanno una specie di accordo: Rino negozia col papà una exit strategy, si direbbe oggi, una strategia d’uscita. Se non sfondo nella musica entro un anno mollo tutto e metto la testa a posto. Non l’ha mai fatto, per nostra fortuna, cocciuto nel suo sogno di fare il cantante tanto da infilare sette album, dal 1974 al 1981, come se avesse una dannata fretta di vivere e di macinare musica, uno più bello dell’altro e con titoli che nella mediocrità attuale sarebbero da statua equestre: dal primo, Ingresso Libero, Aida, Nuntereggae più, Resta vile maschio, dove vai?, E io ci sto, fino all’ultimo Q Concert.
Non erano anni facili, quelli in cui Salvatore Antonio Gaetano, detto Rino, aveva cominciato a frequentare gli ambienti musicali della capitale. Il Folk Studio a Trastevere dove ha incontrato De Gregori e Venditti, la casa discografica IT di Vincenzo Micocci dove entra grazie a quest’ultimo, il Bar di Montesacro dove ha incontrato l’amico e produttore Pierluigi Germini, l’amico degli ultimi dieci anni, che della sua ultima notte è stato un testimone indiretto. È proprio il manager a raccontare quello che di Rino, altrimenti, difficilmente si potrebbe conoscere e immaginare. Uno che ci teneva a pagare il conto al ristorante per gli amici, uno che coi primi soldi guadagnati ha comprato l’appartamento per i genitori, per farli arrivare almeno al mezzanino dal seminterrato dove stavano. E una macchina per sé: non una fuoriserie, ma una semplice utilitaria con cui è andato incontro alla morte nella sua ultima notte. Tutto molto semplice e lineare per uno che nel 1975 ha pubblicato Nuntereggae più, il pezzo omonimo un lungo elenco di personaggi pubblici, politica, cultura, musica che non “reggeva più”, compreso Maurizio Costanzo che poi lo ebbe ospite nel suo celebre salotto e che, un po’ inacidito per la presenza nella lista, lo presentò al pubblico come un “giovanotto” che faceva “canzoncine ironiche, scherzose e scanzonate”.
L’inutile giro degli ospedali
Quella notte, l’ultima, in cui aveva cercato Germini per mangiare fuori insieme, la sorella del produttore ha preso la telefonata di Rino, scrivendo un appunto proprio sopra alla copertina di un suo disco. Le fece annotare che attendeva l’amico al Ristorante Matriciana, via Carlo Felice, zona San Giovanni, ma l’appuntamento a tavola non ci fu mai. Per cause che non sono mai state chiarite, la sua Volvo 343 che percorreva la Nomentana verso casa, all’altezza di Viale XXI Aprile andò a sbattere contro un camion Fiat 650 D carico di frutta, alla guida c’era Antonio Torres che stava andando come tutti i giorni a scaricare ai mercati generali. Un incidente terribile: Rino Gaetano nell’impatto ha riportato una frattura alla base del cranio e cercare un ospedale che potesse occuparsi di lui fu un’agonia. Dal Policlinico Umberto I, dove fu portato subito per la vicinanza, a tutti quelli interpellati (ben cinque) una serie di no: nessuno era attrezzato per gestire l’emergenza dei craniolesi con una sala operatoria adeguata. Non ce l’aveva il San Giovanni, né il San Camillo, né il Santo Spirito, né il CTO della Garbatella. Quella notte, prima che l’alba si portasse via Rino con la sua leggenda, l’ambulanza ha girato due ore e venti minuti alla ricerca di un ospedale con una sala operatoria attrezzata per salvargli la vita. Quando è arrivato al Gemelli, erano ormai le sei di mattina, non c’era più nulla da fare. Se n’è andato così, a nemmeno 31 anni, bussando alle porte dei medici.
Coincidenze e mancanze
La prima pagina de Il Tempo all’alba della morte del cantautore Rino Gaetano. 2 giugno 1981Una decina di anni prima, Rino Gaetano aveva scritto un pezzo inedito intitolato La ballata di Renzo, nel quale raccontava in musica di un uomo che ha un incidente con la Lambretta, e che viene rifiutato da diversi ospedali. Quattro dei quali, citati nella canzone, sono anche quelli che quella notte sono stati inutilmente interpellati per cercare soccorso: oltre al Policlinico Umberto I, anche San Giovanni, San Camillo e Santo Spirito. Una bizzarra coincidenza che ha fatto pensare, a qualcuno, a degli strani poteri divinatori del cantautore che avrebbe predetto la sua morte. Che quando fu scritta, in realtà, nel 1971, descrisse uno stato delle cose che non è cambiato dieci anni dopo: le mancanze e le inadeguatezze di quegli ospedali erano rimaste le stesse dopo tanto tempo, si potrebbe quasi immaginare – più di qualche potere di preveggenza – un macroscopico esempio di malasanità, considerando che all’alba degli anni ’80 nessuna delle strutture di Roma interpellate era attrezzata per le cure.
La canzone era una denuncia e purtroppo ne fece le spese lui stesso, Rino Gaetano, che a modo suo raccontava l’Italia e le sue tante contraddizioni: “La strada era buia, s’andò al San Camillo, / e lì non l’accettarono forse per l’orario / si pregò tutti i santi ma s’andò al San Giovanni / e lì non lo vollerò per lo sciopero”. Tuttavia un avvocato penalista campano, Bruno Mautone, ha scritto tre libri sulla sua morte, ipotizzando che Rino Gaetano fosse legato ad ambienti dei servizi segreti italiani e alla CIA. Forse addirittura iscritto alla massoneria, e “depositario di informazioni riservatissime e frequentatore di ambienti politici”. Venne citata anche la sua amicizia con Elisabetta Ponti, figlia del medico personale di Licio Gelli. Insomma, una gran matassa di dubbi e sospetti che non sono mai stati provati né accertati, ma che sono serviti per dare alla sua precoce morte altri possibili significati e letture. È fiorita insomma una lunga teoria di ipotesi sul mistero della sua morte, forse per dare un senso al sua parabola così precoce. O certe parole delle sue canzoni, a quei testi che a volte parevano ironici e complicati giochi di parole. La leggenda di Rino Gaetano, però, va oltre a tutto questo. Oltre a quello schianto prima dell’alba sulla Nomentana, un mese prima del matrimonio che lo attendeva con la fidanzata Amelia Conte. Non aveva ancora compiuto 31 anni. Ma ha fatto in tempo a ricordarci che il cielo è sempre più blu, basta fare come lui. Basta crederci.
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