La missione USA a Hormuz è già fallita: Trump tratta, Netanyahu si sfoga bombardando Beirut

1 week ago 67

Se tra USA e Iran sono arrivati i primi segnali di disgelo, dall’altra parte del fronte, in Libano, Israele ha aumentato l’intensità degli attacchi. Ieri, Trump ha annunciato la sospensione della missione Project Freedom – lanciata con lo scopo di ripristinare la navigazione sullo Stretto di Hormuz – riaprendo i canali diplomatici dopo 48 ore di alta tensione. Gli USA avrebbero messo sul piatto una proposta che stabilisce una sospensione dei reciproci blocchi marittimi e la cessazione immediata dei combattimenti, posticipando a un secondo momento la discussione sui temi di maggiore attrito; nonostante la proposta, Trump è tornato a minacciare l’Iran affermando che se non dovesse “accettare di dare ciò che è stato concordato” gli USA riprenderanno i bombardamenti con maggiore intensità. Mentre la debole ipotesi diplomatica prendeva quota, Israele è tornato a bombardare Beirut, la capitale del Libano. Non accadeva dal 17 aprile, dall’entrata in vigore della “tregua” costantemente violata con i bombardamenti sul Sud del Paese.

L’annuncio della sospensione della missione Project Freedom è arrivato nella notte di ieri, 6 maggio. La missione era stata lanciata meno di 48 ore ore prima con lo scopo dichiarato di «ripristinare la libertà di navigazione commerciale attraverso lo Stretto di Hormuz»; in risposta, l’Iran ha lanciato attacchi contro navi cargo e militari che hanno provato a transitare per il passaggio e colpito il porto di Fujairah, principale infrastruttura petrolifera degli Emirati. Dopo due giorni di tensioni, in cui il cessate il fuoco pareva più instabile che mai, è arrivata la ripresa dei dialoghi. La riapertura dei tavoli è stata segnalata dal sito di informazione Axios che ha comunicato che gli USA hanno presentato un memorandum di 14 punti per terminare subito le ostilità. Il memorandum – di una sola pagina – dichiarerebbe la fine della guerra nella regione stabilendo un periodo di 30 giorni in cui discutere della riapertura dello Stretto di Hormuz e del sollevamento del blocco statunitense sui porti iraniani, che verrebbero implementati gradualmente. In seguito a quello che di fatto risulta un prolungamento del cessate il fuoco, i Paesi discuterebbero della limitazione del programma nucleare iraniano e della revoca delle sanzioni statunitensi. Secondo Axios, l’obiettivo degli Stati Uniti sarebbe quello di raggiungere una svolta diplomatica entro la fine del viaggio di Trump in Cina, previsto per venerdì prossimo. Se entro tale data non si dovesse raggiungere un accordo, continua il sito, il presidente potrebbe nuovamente prendere in considerazione l’ipotesi di un intervento militare.

Proprio mentre lo scenario sembrava stare tornando in una situazione di stallo, ma sostanziale quiete, Israele ha scagliato il primo bombardamento su Beirut dall’avvio del cessate il fuoco di aprile. A ordinare l’attacco è stato lo stesso primo ministro Netanyahu, in coordinazione con il ministro della Difesa Israel Katz: «Ho dato istruzioni, insieme al Ministro della Difesa Israel Katz, di colpire immediatamente a Beirut il comandante della Forza Radwan dell’organizzazione terroristica Hezbollah al fine di neutralizzarlo», si legge in un post su X del primo ministro. Hezbollah non sembra ancora avere rilasciato commenti sulla vicenda, ma ha continuato le proprie operazioni nel sud, dove Israele continua a violare la tregua sin dal suo inizio, con lo scopo di creare un’area cuscinetto a sud del fiume Leonte (o Litani). I bombardamenti su Beirut sono arrivati in un momento inaspettato, e non è ancora chiaro se influenzeranno in qualche modo i negoziati tra USA e Iran: in generale, l’Iran ha subordinato sin da subito la riapertura dello Stretto e il raggiungimento di una pace alla implemetazione di una tregua reale in Libano, che Israele ha sempre ostacolato. Prima dell’attacco, Teheran aveva comunicato di avere ricevuto tramite i mediatori pakistani la proposta di memorandum, che stava valutando; ha inoltre avanzato una propria proposta di tregua, di cui tuttavia non è noto il contenuto.

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