La notizia della fuga di notizie e la sua tutela. Il declino della libertà di stampa. Biden spegne il megafono dell’intelligence. Le sfumature dell’informazione. Linee guida del Guardian.

2 days ago 33

La notizia della fuga di notizie

Quando su Politico è stata pubblicata la bozza del parere scritta dal giudice Samuel Alito che potrebbe ribaltare la sentenza Roe vs Wade (che garantisce negli Stati Uniti il diritto all’aborto), i media americani si sono divisi riguardo la notizia su cui concentrarsi: il significato della sentenza o la fuga di notizie dalla Corte Suprema. Come analizzato dal Washington Postsui media più conservatori c’è stata sorprendentemente poca enfasi su ciò che le nuove restrizioni sull’aborto potrebbero comportare, se la sentenza diventasse ufficiale, o anche se potesse creare un danno per i politici repubblicani che a lungo hanno spinto per questo. La conduttrice di Fox News Laura Ingraham, per esempio, ha ribadito più volte come questa notizia sia stata “una violazione scioccante e senza precedenti della riservatezza della corte, che è sacrosanta”; dello stesso parere era anche la conduttrice di Fox News Sandra Smith, parlando degli enormi danni all’integrità della Corte. Dall’altro lato, i media mainstream e più di sinistra si sono invece concentrati sull’impatto che potrebbe avere questa sentenza. Il Boston Globe ha menzionato analisti che pensano che la sentenza Alito potrebbe aprire la porta a un divieto federale di aborto, il Minneapolis Star-Tribune ha esaminato l’impatto sulla legislazione contro l’aborto in Minnesota e negli stati vicini, il Los Angeles Times ha descritto gli sforzi per rendere la California un “posto sicuro”, pronto ad accogliere tutte le donne che vogliono abortire. Infatti, se la Corte Suprema ribaltasse il precedente del 1973, la legalità dell’aborto verrebbe lasciata ai singoli Stati. Ciò probabilmente significherebbe che il 52% delle donne in età fertile dovrebbe affrontare nuove restrizioni in merito all’aborto. Eppure, anche le testate mainstream sono rimaste coinvolte nel mistero dello scoop di Politico, cosa che ha suscitato critiche da parte di coloro che sostengono l’importanza del diritto all’aborto. Nell’economia delle notizie pare sia più conveniente seguire ciò di cui tutti parlano, nonostante le gravi implicazioni politiche e sociali di questa sentenza. 

…e la sua tutela

Nel diritto americano esiste uno schema consolidato ma non uniforme che si applica ai segreti governativi e ai giornalisti che li scoprono. Lo evidenzia The New York Times, sottolineando come il Primo Emendamento generalmente protegge la pubblicazione di una fuga di notizie, ma non chi la fa: a stabilire questo principio è stata in passato la Corte Suprema. Nel 1971, mentre i giudici si preparavano a decidere che il Governo non poteva impedire al The New York Times di pubblicare i Pentagon Papers – lo studio governativo sul coinvolgimento del Paese in Vietnam – la fonte della fuga delle notizie, Daniel Ellsberg, fu incriminato da un gran giurì federale per furto. A distanza di mezzo secolo, la Corte è alle prese con una delle più significative rivelazioni di un segreto governativo da allora (vedi sopra). Solo che questa volta la fuga di notizie proviene dall’interno dell’edificio, e non vi è nessuna legge o codice di condotta scritto che suggerisca come dovrebbe procedere un’indagine su una simile violazione, o se i giornalisti che hanno portato alla luce la bozza saranno coinvolti nell’indagine; a questo proposito, data l’entità della fuga di notizie e l’aggressività con cui i procuratori federali hanno perseguito i giornalisti negli ultimi anni, secondo gli esperti legali un’indagine penale non è impensabile. In tutto questo, quindi, sebbene nessuno stia insinuando che la testata che ha diffuso le notizie abbia infranto alcuna legge nel corso della pubblicazione dell’articolo, ciò non significa che i giornalisti coinvolti sarebbero risparmiati da pressioni governative per rivelare le loro fonti.

Il declino della libertà di stampa

In tutto il mondo, la libertà di stampa è in declino. Come riporta The Economist, circa l’85% delle persone vive in Paesi in cui la libertà di stampa è stata limitata negli ultimi cinque anni. I budget statali per la pubblicità vengono stanziati per le testate che si comportano da leccapiediQuelli critici subiscono controlli fiscali e multe per diffamazione. Queste vessazioni possono portare in rosso le aziende mediatiche in difficoltà. Alcune di esse possono essere acquistate dagli amici del partito al potere, ai quali non importa se le loro emittenti televisive perdono denaro, purché siano gradite a chi distribuisce i contratti per i lavori pubblici. Putin è stato il pioniere di questo approccio, che è stato ampiamente imitato. Anche nelle democrazie liberali, le leggi contro la diffamazione e la violazione della privacy sono spesso abusate. Come possono i difensori della libertà di stampa reagire? Un facile punto di partenza sarebbe che i governi liberali eliminassero le leggi arcaiche che criminalizzano la diffamazione, che sono ancora sorprendentemente comuni. Dovrebbero anche porre un freno alle cause false, come sta pensando di fare la Commissione europea. I media indipendenti devono poi trovare nuove fonti di finanziamento.Le associazioni di beneficenza possono contribuire, così come il crowdfunding e i ricchi proprietari che hanno a cuore la libertà di parola.

Biden spegne il megafono dell’intelligence

Biden avrebbe chiesto alla intelligence statunitense e al Pentagono di evitare di rivelare informazioni ai media sul supporto fornito da Washington a Kiev. Come riportato da Formiche, la richiesta arriva dopo giorni in cui i giornalisti americani hanno ottenuto molte notizie da “ufficiali” anonimi sulle attività americane a supporto dell’Ucraina. Tutto ciò fa parte della strategia americana (ed europea) per inviare messaggi alla Russia. È accaduto spesso prima e durante il conflitto con l’obiettivo di far sapere a Mosca di essere sotto i riflettori, ma ora questo parlare rischia di essere controproducente.  Gli USA da un lato vogliono aiutare gli ucraini, ma dall’altro non vogliono imbarcarsi nel conflitto e innervosire eccessivamente Putin. Ad esempio, Washington ha precisato di aver fornito informazioni sulla presenza di generali russi sul campo, ma che è l’Ucraina ad aver deciso di eliminarli. È possibile che esista una forma di accordo USA-Russia per tenere gli ufficiali al sicuro e gli americani non vogliono sicuramente violarlo, è come se ci fosse un limite invalicabile: Putin deve sapere che Washington sta contribuendo a colpirlo, ma non a umiliarlo. Ciò dimostra che gli Stati Uniti sono particolarmente attenti ad evitare che la Russia umiliata reagisca e, dal punto di vista della percezione, sarebbe un errore alimentare quella narrazione russa secondo cui l’Ucraina sta combattendo una guerra per procura. Gli USA non hanno mai negato il loro supporto militare all’Ucraina, ma l’ex direttore della CIA Leon Panetta ha sottolineato l’indipendenza dell’Ucraina nell’utilizzo degli armamenti: “stiamo ovviamente fornendo i sistemi missilistici, stiamo fornendo l’artiglieria, stiamo fornendo gli Stingers e le altre armi che vengono fornite, ma sono gli ucraini a decidere come usarli e a quali obiettivi sparare. E questo, molto francamente, è il senso della guerra”.

Le sfumature dell’informazione

Il conflitto tra Russia e Ucraina rappresenta al meglio le sfumature che l’informazione può avere anche quando si tratta di narrativa di guerra. Un ruolo di primo piano è infatti giocato dalla capacità dell’uno o dell’altro paese nell’apparire agli occhi dell’opinione pubblica come parte lesa in una guerra che non ha né vincitori né vinti (almeno ad oggi).
Come analizzato da The New York Times l’intento da parte della Russia di influenzare persone, istituzioni locali, cittadini e gli altri Paesi attraverso la propria narrativa è da ricondurre non alla scelta di compiacere e trovare alleati ma di fare in modo che le nazioni contro il Cremlino restino isolate non trovando sponde e appoggi tali da compromettere l’esito della guerra. È il caso di India e Cina: la prima per salvaguardarsi ha deciso di non schierarsi per evitare di perdere contratti energetici e militari, anche se inizialmente attraverso migliaia di post su Twitter aveva dato adito a una propaganda pro Putin alimentando il sentimento anti-Occidente (vedi Editoriale 77); la seconda in modo controverso si è schierata come mediatrice tra i Paesi belligeranti pur portando avanti, attraverso i propri media, messaggi di appoggio a Putin (vedi Editoriale 79) che, ancora oggi, vengono portate avanti attraverso media legati al governo cinese e account sui social pro-Russia che stanno traducendo in modo errato o manipolando le notizie internazionali sulla guerra in Ucraina, come riporta The Guardian.

Linee guida del Guardian

Molestie, abusi, cattiva reputazione per la testata, ingenti sprechi di tempo, polarizzazione del lettorato: solo alcuni dei problemi rilevati dal Guardian a fronte di un utilizzo sconsiderato di Twitter da parte dei propri giornalisti, che hanno spinto il giornale, come riportato in un articolo di Niemanlab, a rilasciare un elenco di linee guida, seguendo l’esempio di quanto già fece il New York Times nel mese precedente. Il tutto (forse non per coincidenza) a ridosso del processo di acquisizione di Twitter intrapreso da Elon Musk (vedi Editoriale 80). Tra le indicazioni fornite, si evidenzia la non indispensabilità dell’utilizzo dei canali social da parte dei giornalisti per scopi professionali. Pur non essendo poi proibita l’espressione di personali opinioni politiche, queste non devono danneggiare la reputazione del giornale in termini di parzialità di fronte ai fatti riportati. Considerazione che si estende non solo ai post, ma altresì a Like e Retweet. La compagnia invita poi a non rendere pubbliche in rete eventuali controversie con/tra colleghi del giornale. Si invita a moderarsi nella pubblicazione delle notizie sui social, non essendo esse le piattaforme per le quali il giornalista presta servizio. Si invita a fare uso del servizio Tweetdelete per fare costante pulizia di post risalenti. Inoltre, si ricorda che il lavoro di verifica delle fonti e il dubbio sull’attendibilità di quanto si legge online dovrebbe costituire una buona abitudine anche (e a maggior ragione) al momento di un retweet.

*Storyword è un progetto editoriale a cura di un gruppo di giovani professionisti della comunicazione che con diverse competenze e punti di vista vogliono raccontare il mondo della comunicazione globalizzato e in costante evoluzione per la convergenza con il digitale. Storyword non è una semplice rassegna stampa: ogni settimana fornisce una sintesi ragionata dei contenuti più significativi apparsi sui media nazionali ed internazionali relativi alle tecniche e ai target di comunicazione, sottolineando obiettivi e retroscena. Per maggiori informazioni: https://www.storywordproject.com/

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