Coi mesi sono stati ribattezzati “I cinque di Ulma”, in breve “Ulm5”, in riferimento alla città dove hanno condotto quella azione dimostrativa che è valsa loro un’accusa per terrorismo e mesi di detenzione sotto regime speciale. Si tratta di cinque attivisti tedeschi finiti sotto accusa per avere manifestato a favore della Palestina. I fatti risalgono allo scorso settembre, quando gli attivisti sono entrati nella fabbrica ulmense di Elbit Systems, una delle maggiori aziende belliche israeliane; i giovani hanno sabotato alcuni degli impianti dello stabilimento per interrompere il flusso di armi verso Israele. Il caso ricorda la messa al bando del gruppo di attivisti Palestine Action da parte del Regno Unito, organizzazione a cui aderiscono gli stessi Ulm5. I cinque sono ora a processo in una Germania sempre più orientata alla repressione del dissenso politico, specie per quanto riguarda le manifestazioni di solidarietà nei confronti della popolazione palestinese.
Il caso degli Ulm5 risale all’8 settembre 2025, quando i cinque attivisti sono entrati nel distaccamento di Ulma di Elbit; gli attivisti hanno occupato brevemente gli uffici e coperto i muri interni di scritte con bombolette spray; sono poi scesi nel magazzino, dove hanno rovesciato e svuotato scatoloni e distrutto parte degli impianti di produzione dell’azienda con lo scopo di interrompere il commercio bellico con Israele. Da quel giorno, sono detenuti in carcere in custodia cautelare, sparsi in cinque diverse strutture penitenziarie della Germania meridionale. Le autorità tedesche hanno imposto loro il regime di carcere duro, tenendoli in isolamento per 23 ore al giorno. Le accuse sono a vario titolo quelle di violazione di domicilio, danneggiamento e – soprattutto – associazione a delinquere. Quest’ultimo reato è perseguito ai sensi dell’articolo 129 del codice penale tedesco, che prevede una pena detentiva fino a cinque anni; il ricorso a tale sezione del codice tedesco permette alle autorità di negare agli accusati la libertà su cauzione e giustificare una detenzione preventiva prolungata.
Il processo contro gli Ulm5 sarebbe dovuto iniziare il 27 aprile, presso il tribunale del carcere di massima sicurezza di Stoccarda-Stammheim. Gli imputati sono stati accolti dietro una spessa parete di vetro all’interno dell’aula, isolati dai loro avvocati. L’impossibilità di consultarsi con i propri assistiti ha portato i legali a contestare la decisione di collocarli oltre una parete, giudicandola «autoritaria», e chiedendo al giudice di permettere agli imputati di partecipare alla seduta al loro fianco per facilitare le comunicazioni; il giudice ha ignorato le richieste degli avvocati. Dopo una pausa, la squadra della difesa è rientrata in aula raggiungendo gli attivisti dietro le pareti di vetro in segno di protesta; dopo un primo avvertimento, il giudice ha sospeso l’udienza. Il 4 e il 6 maggio avrebbero dovuto tenersi le udienze successive, che tuttavia sono state posticipate all’11 maggio.
Negli ultimi anni, con la crescita della mobilitazione per la Palestina, la Germania è stato uno dei Paesi a stringere maggiormente il laccio della repressione attorno ai movimenti di dissenso; un caso noto risale allo scorso anno, quando Berlino ha disposto l’espulsione di alcuni attivisti con cittadinanza straniera rei di avere partecipato a manifestazioni per la Palestina. Gli attivisti di Ulm5 fanno inoltre parte del movimento Palestine Action, che è già stato criminalizzato in Regno Unito. Nel giugno 2025, la sigla era stata inserita tra le organizzazioni terroristiche dalla ministra dell’Interno britannica Yvette Cooper per una azione di sabotaggio in una base militare del Paese, durante la quale due aerei della Royal Air Force Brize Norton furono imbrattati con vernice rossa. Gli stessi avvocati dell’accusa nel caso Ulm5 hanno menzionato il caso britannico, descrivendo Palestine Action Germany come un gruppo modellato sulla controparte del Regno Unito.
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