Lo Stato paga la repressione della canapa: 10.000 euro a un agricoltore per ingiusta detenzione

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Coltivava canapa industriale in maniera totalmente lecita e autorizzata, eppure è stato arrestato per detenzione di stupefacenti e costretto a trascorrere tre mesi ai domiciliari. È il paradosso vissuto da un trentatreenne di Canicattì, in provincia di Agrigento, che ora ha ottenuto giustizia: la Corte d’Appello di Palermo ha stabilito che la sua detenzione fu ingiusta e condannato lo Stato italiano a un risarcimento di oltre 10mila euro. L’uomo era finito ai domiciliari dopo un controllo dei carabinieri nella all’interno della sua abitazione, dove erano stati rinvenuti marijuana e metadone. I successivi accertamenti, però, hanno chiarito che si trattava di canapa light certificata e autorizzata a livello europeo.

L’arresto risale al 14 gennaio del 2020. Secondo l’accusa, le sostanze trovate nella casa dell’uomo sarebbero state destinate a un uso non personale, portando all’arresto e ai domiciliari. Dopo tre mesi, la misura fu sostituita con l’obbligo di dimora. Ma nel marzo 2023 il Giudice delle Indagini Preliminari del tribunale di Agrigento ha archiviato il tutto stabilendo che «il fatto non è previsto dalla legge come reato». Le analisi hanno infatti confermato quanto sostenuto fin dal principio dall’indagato: la sostanza sequestrata non era droga, bensì “canapa light”, proveniente da semi certificati dall’Unione Europea e coltivata tramite una regolare ditta individuale. Si trattava, insomma, di un’attività pienamente lecita.

Assistito dall’avvocato Silvana Calà, il trentatreenne ha presentato ricorso per ottenere un equo indennizzo, lamentando non solo la privazione della libertà, ma anche pesanti ripercussioni. L’uomo ha denunciato il blocco dei profitti aziendali, un grave danno d’immagine causato dalla diffusione della notizia del suo arresto sulla stampa locale e l’insorgenza di un profondo stato depressivo. La Corte d’Appello palermitana, riunitasi lo scorso novembre, ha accolto le sue richieste, accertando l’assenza di dolo o colpa grave nel comportamento dell’agricoltore. Il conto finale verrà saldato dal Ministero dell’Economia e delle Finanze, la cui opposizione è stata respinta.

Questo pronunciamento assume oggi una rilevanza cruciale, inserendosi in un contesto politico e normativo quanto mai burrascoso per il settore della canapa. La vicenda agrigentina si è sviluppata sotto leggi precedenti, mentre l’attuale quadro è stato inasprito dal recente decreto sicurezza. L’articolo 18 della legge 80/2025 vieta qualsiasi uso delle infiorescenze di CBD che non sia legato al “florovivaismo professionale”, scatenando il panico tra i produttori. Una stretta repressiva la cui legittimità è tutt’altro che certa: nel febbraio 2026, il Tribunale di Brindisi ha già sollevato dubbi di incostituzionalità e di violazione del diritto comunitario sull’articolo 18, rimettendo la questione alla Consulta.

Il risarcimento ottenuto in Sicilia potrebbe generare un effetto domino per le casse dello Stato. L’associazione di categoria Canapa Sativa Italia è intervenuta sulla questione in modo netto: «Questo caso deve far riflettere: ogni procedimento sbagliato produce danni enormi. Se gli operatori danneggiati inizieranno a chiedere conto degli errori subiti, il tema dei risarcimenti potrà riguardare molti altri procedimenti ingiusti degli ultimi anni: sequestri, chiusure, accuse, costi legali, danni economici e reputazionali». L’organizzazione ha inoltre ribadito di essere «disponibile a collaborare con procure, forze dell’ordine e istituzioni per aiutare a distinguere correttamente le attività lecite della filiera dalle condotte realmente illecite».

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