Nato, quanto costa e chi paga. Cosa si nasconde nella spesa militare degli Stati Uniti?

5 months ago 39

Il perno della difesa europea è ancora la Nato, l’Organizzazione del Trattato Nord Atlantico, fondata a Washington nel 1949 da dodici Paesi. L’Italia era tra questi. Il compito principale dell’organizzazione è fissato dall’articolo 5 del Trattato: tutti i Paesi corrono in soccorso di un partner aggredito da un nemico esterno. L’articolo 5 è stato applicato una sola volta, nel 2001, quando gli alleati appoggiarono la missione in Afghanistan degli Stati Uniti, dopo l’attacco alle Torri Gemelle dell’11 settembre. In tutti questi anni ci sono state evoluzioni e cambiamenti: i Paesi membri sono diventati 32, ma i meccanismi del funzionamento di base sono rimasti gli stessi. Innanzitutto, va chiarito che la Nato ha compiti di coordinamento politico e militare, ma non dispone di un esercito proprio, bensì di contingenti costituiti con l’apporto dei diversi membri dell’Alleanza che, particolare molto importante, su base volontaria, mobilitano i soldati, i mezzi, le basi, a seconda delle esigenze. In sostanza ogni Stato mantiene il pieno controllo delle proprie forze armate, ma decide di metterle a disposizione degli alleati, in caso di bisogno. È evidente che non si possono avviare missioni comuni se non ci sono centri di comando e di controllo. Nella Nato esistono due livelli di coordinamento. Il primo è politico: il Comitato del Nord Atlantico, un organismo formato dagli ambasciatori dei 32 Paesi che, normalmente, si riuniscono ogni mercoledì mattina, nel quartier generale della Nato a Bruxelles. In questa sede, i partner si confrontano e possono prendere delle decisioni operative, ma sempre all’unanimità. L’ultimo caso si è verificato mercoledì 10 settembre, quando i rappresentanti hanno deciso di rafforzare il fianco Est dell’Europa, dopo l’incursione di droni russi nel territorio polacco. Il secondo livello è quello del comando militare, articolato in diverse strutture. Il Comitato militare, oggi guidato dall’ammiraglio italiano Giuseppe Cavo Dragone, è l’organismo che riunisce i capi di Stato maggiore (cioè, i capi delle forze armate) dei 32 Paesi. Viene consultato sistematicamente dal Comitato politico e svolge una funzione di raccordo tra gli Stati membri. Ma, sul piano operativo, lo snodo più importante è lo Shape, (Supreme Headquarters Allied Powers Europe) con sede sempre in Belgio, a Mons. Qui convergono tutte le informazioni in arrivo dagli altri comandi regionali della Nato e dalle gerarchie militari dei Paesi membri. E da qui partono le indicazioni operative per coordinare le missioni di monitoraggio dei confini, le attività di addestramento e così via. Il comandante «supremo» è sempre stato un americano, oggi è il generale Alexus Grynkewich, e il vice un britannico, oggi Keith Blount.  La reazione Nato si mette in moto con una decisione prima di tutto politica, che viene presa al massimo livello: al Comitato del Nord Atlantico possono partecipare anche i Capi di Stato e di governo. I leader decidono consultandosi con il Comitato militare e poi tocca allo Shape dare la risposta operativa, militare. È utile riflettere su quella che sembra una contraddizione. Da una parte occorre l’unanimità per decidere; dall’altra ogni Paese può scegliere se inviare o no propri militari. In realtà questo meccanismo consente di evitare la paralisi. Se uno Stato non vuole partecipare a una missione, può comunque dare il via libero politico, senza alcun impegno e senza dover bloccare tutti gli altri. Ma, nel concreto, come contribuiscono gli Stati membri alle operazioni dell’Alleanza Atlantica? Finora sono stati gli americani a guidare le strategie dell’Alleanza, in tutti i settori della difesa incardinata sulla Nato. Negli anni cinquanta i soldati Usa in Europa erano 430 mila, dalla caduta del Muro in poi la loro presenza si è via via alleggerita, e nel 2021 se ne contavano 63.835. Oggi, nelle oltre 40 basi Usa sul territorio europeo dove sono presenti le truppe, il numero di militari è risalito a circa 100 mila: sempre più numerosi in Polonia, in Romania e nei Baltici. Gli Usa contribuiscono alle operazioni Nato, ma si muovono anche in autonomia. Nel 2022, subito dopo l’attacco russo all’Ucraina (24 febbraio), il presidente Joe Biden decise di inviare in Polonia 20 mila soldati, partiti dalla base di Fort Bragg, in North Carolina. E in Polonia gli Usa hanno installato il Comando del V Corpo d’Armata che ha il compito di coordinare le forze di combattimento sul versante più esposto alle minacce putiniane.  Il «fattore Putin» ha spinto la Nato a cambiare passo. A partire dal 2014, dopo l’illegale annessione della Crimea da parte della Russia, gli organismi della Nato hanno approntato un piano per la risposta rapida («Response Force») per difendere il fianco Est, dal Mar Baltico al Mar Nero. Con un obiettivo: mobilitare fino a 100 mila soldati entro 10 giorni da un ipotetico attacco contro un Paese dell’Alleanza, e altri 200 mila nel giro di 20-30 giorni. Nel 2017 l’Alleanza ha iniziato a rafforzare il «fronte orientale» con l’istituzione di quattro battaglioni in Estonia, Lettonia, Lituania e Polonia. Nel concreto significa avere sul terreno, per battaglione, dai 500 ai 1000 soldati ben addestrati ed equipaggiati con le armi più sofisticate. Nel 2022 sono stati aggiunti altri quattro battaglioni in Slovacchia, Ungheria, Romania e Bulgaria. Ognuno di questi otto snodi è coordinato da uno dei maggiori Stati. L’Italia ha un ruolo guida in Bulgaria, con l’apporto di militari provenienti da Albania, Grecia, Montenegro, Nord Macedonia, Turchia e Stati Uniti. Le forze armate italiane, inoltre, contribuiscono ai presidi della Nato in Ungheria e in Lettonia. In sostanza nel quartier generale di Bruxelles si elaborano piani di difesa collettiva e poi viene chiesto ai singoli Stati un sostegno specifico. In passato l’Italia ha contribuito inviando contingenti militari nelle missioni Nato in Kosovo (1999) e Afghanistan (2001). Oggi l’Italia partecipa anche alla sorveglianza aerea in Polonia (nella notte dei droni russi è entrato in azione un aereo da ricognizione Awacs), Romania, Lituania; fa parte della vigilanza navale nel Mar Baltico e nel Mar Mediterraneo. Inoltre, l’Italia ospita le basi aeree e navali americane, incorporate nel sistema di difesa Nato, e quindi attivabili in caso di crisi. Le principali sono quelle di Aviano, Ghedi, Gaeta, una porzione del porto di Napoli, Sigonella. Più, si stima, un altro centinaio di presidi, inclusi i depositi.  Tutto questo sistema ha un costo di funzionamento: il bilancio della Nato è pari a 4,6 miliardi di euro per il 2025 e a 5,3 miliardi per il 2026. È la somma che serve al mantenimento degli edifici, per le spese organizzative, di addestramento, per pagare gli stipendi e così via. I soldi vengono versati da ogni Stato membro, sulla base di una formula matematica che tiene conto anche del prodotto interno lordo. Gli Usa pagano una parte vicina al 16%; l’Italia intorno all’8,5%.Ma il grosso è la spesa militare a carico dei singoli Paesi. Dall'ultimo resoconto Nato pubblicato nel 2021 la stima al 2024 è di 1.421 miliardi di dollari (935 la spesa Usa, e di 516 quella a carico di Europa e Canada). L’Istituto Sipri di Stoccolma ha pubblicato un rapporto più recente: la spesa totale per il 2024 è di 1.506 miliardi, di cui 997 a carico degli Usa (3,4% del Pil) mentre quella Di Europa e Canada è rimasta più o meno la stessa, mediamente il 2% del Pil, con grandi differenze da Paese a Paese: 1,4% della Spagna, 1,6% dell’Italia, 4,2% della Polonia, il 3% dei Baltici). Nell’ultimo vertice che si è tenuto nel giugno scorso all’Aia, i 32 Capi di Stato e di governo hanno deciso di aumentare dal 2 al 5% del pil la quota che ciascun Paese dovrebbe versare da qui al 2035. È un impegno politico, non vincolante giuridicamente. La soglia-totem del 5% è stata imposta da Donald Trump, come prova di un drastico riequilibrio nella distribuzione delle spese all’interno dell’Alleanza. Ma il vero numero su cui ragionare è il 3,5%. Qui sta il nerbo del riarmo Nato: si tratta di circa 1.750 miliardi di dollari, che i 32 governi si impegnano a spendere per le forze armate in dieci anni. Nel restante 1,5% saranno comprese, invece, altre voci collaterali, come le infrastrutture, le telecomunicazioni, i dispositivi di controllo informatico e così via.Ma a che cosa servono tutte queste risorse aggiuntive? Dal vertice di Vilnius del 2023 (Lituania), i generali della Nato e dei vari Paesi hanno elaborato un piano dettagliato che prevede, in grandi sintesi, quattro aeree di intervento: il potenziamento di cinque volte della difesa aerea, dai missili ai droni; il rafforzamento dei battaglioni di manovra; l’aumento delle armi a lunga gittata; la logistica. Per realizzarlo ogni Paese dovrebbe partecipare, aumentando le spese militari e quindi i mezzi da mettere al servizio dell’Alleanza. E’ utile però fare qualche considerazione sulle cifre.  La Casa Bianca non perde occasione per ricordare che, nel 2024, gli Usa hanno contribuito alla spesa militare della Nato con 997,3 miliardi di dollari su un totale di 1.506 miliardi. Ma, abilmente, gli americani omettono un particolare fondamentale: quei 997 miliardi rappresentano il loro intero budget militare, mentre per la protezione dell’Europa viene investita una piccola porzione, vale a dire tra i 40 e i 150 miliardi di dollari. Il resto è destinato alla protezione del loro territorio nazionale e alla basi Usa in altre regioni del mondo, da quella gigantesca in Qatar, a Guam nel Pacifico, a Okinawa, in Giappone e in Africa, la cui attività non rientra direttamente nei piani della Nato. Poiché il budget per la difesa Usa si attesta già intorno al 3,5% del pil, significa che in prospettiva gli americani non aggiungeranno altri fondi per l’Europa. Se mai, ne toglieranno. Nessuno però solleva obiezioni, perché nessuno è in grado di valutare il costo delle loro basi e installazioni in Europa, incluso l’arsenale nucleare stivato nei depositi. Ma soprattutto perché al momento, quelle basi, non siamo in grado di sostituirle. Il perno della difesa europea è ancora la Nato, l’Organizzazione del Trattato Nord Atlantico, fondata a Washington nel 1949 da dodici Paesi. L’Italia era tra questi. Il compito principale dell’organizzazione è fissato dall’articolo 5 del Trattato: tutti i Paesi corrono in soccorso di un partner aggredito da un nemico esterno. L’articolo 5 è stato applicato una sola volta, nel 2001, quando gli alleati appoggiarono la missione in Afghanistan degli Stati Uniti, dopo l’attacco alle Torri Gemelle dell’11 settembre. In tutti questi anni ci sono state evoluzioni e cambiamenti: i Paesi membri sono diventati 32, ma i meccanismi del funzionamento di base sono rimasti gli stessi. Innanzitutto, va chiarito che la Nato ha compiti di coordinamento politico e militare, ma non dispone di un esercito proprio, bensì di contingenti costituiti con l’apporto dei diversi membri dell’Alleanza che, particolare molto importante, su base volontaria, mobilitano i soldati, i mezzi, le basi, a seconda delle esigenze. In sostanza ogni Stato mantiene il pieno controllo delle proprie forze armate, ma decide di metterle a disposizione degli alleati, in caso di bisogno. È evidente che non si possono avviare missioni comuni se non ci sono centri di comando e di controllo. Nella Nato esistono due livelli di coordinamento. Il primo è politico: il Comitato del Nord Atlantico, un organismo formato dagli ambasciatori dei 32 Paesi che, normalmente, si riuniscono ogni mercoledì mattina, nel quartier generale della Nato a Bruxelles. In questa sede, i partner si confrontano e possono prendere delle decisioni operative, ma sempre all’unanimità. L’ultimo caso si è verificato mercoledì 10 settembre, quando i rappresentanti hanno deciso di rafforzare il fianco Est dell’Europa, dopo l’incursione di droni russi nel territorio polacco. Il secondo livello è quello del comando militare, articolato in diverse strutture. Il Comitato militare, oggi guidato dall’ammiraglio italiano Giuseppe Cavo Dragone, è l’organismo che riunisce i capi di Stato maggiore (cioè, i capi delle forze armate) dei 32 Paesi. Viene consultato sistematicamente dal Comitato politico e svolge una funzione di raccordo tra gli Stati membri. Ma, sul piano operativo, lo snodo più importante è lo Shape, (Supreme Headquarters Allied Powers Europe) con sede sempre in Belgio, a Mons. Qui convergono tutte le informazioni in arrivo dagli altri comandi regionali della Nato e dalle gerarchie militari dei Paesi membri. E da qui partono le indicazioni operative per coordinare le missioni di monitoraggio dei confini, le attività di addestramento e così via. Il comandante «supremo» è sempre stato un americano, oggi è il generale Alexus Grynkewich, e il vice un britannico, oggi Keith Blount.  La reazione Nato si mette in moto con una decisione prima di tutto politica, che viene presa al massimo livello: al Comitato del Nord Atlantico possono partecipare anche i Capi di Stato e di governo. I leader decidono consultandosi con il Comitato militare e poi tocca allo Shape dare la risposta operativa, militare. È utile riflettere su quella che sembra una contraddizione. Da una parte occorre l’unanimità per decidere; dall’altra ogni Paese può scegliere se inviare o no propri militari. In realtà questo meccanismo consente di evitare la paralisi. Se uno Stato non vuole partecipare a una missione, può comunque dare il via libero politico, senza alcun impegno e senza dover bloccare tutti gli altri. Ma, nel concreto, come contribuiscono gli Stati membri alle operazioni dell’Alleanza Atlantica? Finora sono stati gli americani a guidare le strategie dell’Alleanza, in tutti i settori della difesa incardinata sulla Nato. Negli anni cinquanta i soldati Usa in Europa erano 430 mila, dalla caduta del Muro in poi la loro presenza si è via via alleggerita, e nel 2021 se ne contavano 63.835. Oggi, nelle oltre 40 basi Usa sul territorio europeo dove sono presenti le truppe, il numero di militari è risalito a circa 100 mila: sempre più numerosi in Polonia, in Romania e nei Baltici. Gli Usa contribuiscono alle operazioni Nato, ma si muovono anche in autonomia. Nel 2022, subito dopo l’attacco russo all’Ucraina (24 febbraio), il presidente Joe Biden decise di inviare in Polonia 20 mila soldati, partiti dalla base di Fort Bragg, in North Carolina. E in Polonia gli Usa hanno installato il Comando del V Corpo d’Armata che ha il compito di coordinare le forze di combattimento sul versante più esposto alle minacce putiniane.  Il «fattore Putin» ha spinto la Nato a cambiare passo. A partire dal 2014, dopo l’illegale annessione della Crimea da parte della Russia, gli organismi della Nato hanno approntato un piano per la risposta rapida («Response Force») per difendere il fianco Est, dal Mar Baltico al Mar Nero. Con un obiettivo: mobilitare fino a 100 mila soldati entro 10 giorni da un ipotetico attacco contro un Paese dell’Alleanza, e altri 200 mila nel giro di 20-30 giorni. Nel 2017 l’Alleanza ha iniziato a rafforzare il «fronte orientale» con l’istituzione di quattro battaglioni in Estonia, Lettonia, Lituania e Polonia. Nel concreto significa avere sul terreno, per battaglione, dai 500 ai 1000 soldati ben addestrati ed equipaggiati con le armi più sofisticate. Nel 2022 sono stati aggiunti altri quattro battaglioni in Slovacchia, Ungheria, Romania e Bulgaria. Ognuno di questi otto snodi è coordinato da uno dei maggiori Stati. L’Italia ha un ruolo guida in Bulgaria, con l’apporto di militari provenienti da Albania, Grecia, Montenegro, Nord Macedonia, Turchia e Stati Uniti. Le forze armate italiane, inoltre, contribuiscono ai presidi della Nato in Ungheria e in Lettonia. In sostanza nel quartier generale di Bruxelles si elaborano piani di difesa collettiva e poi viene chiesto ai singoli Stati un sostegno specifico. In passato l’Italia ha contribuito inviando contingenti militari nelle missioni Nato in Kosovo (1999) e Afghanistan (2001). Oggi l’Italia partecipa anche alla sorveglianza aerea in Polonia (nella notte dei droni russi è entrato in azione un aereo da ricognizione Awacs), Romania, Lituania; fa parte della vigilanza navale nel Mar Baltico e nel Mar Mediterraneo. Inoltre, l’Italia ospita le basi aeree e navali americane, incorporate nel sistema di difesa Nato, e quindi attivabili in caso di crisi. Le principali sono quelle di Aviano, Ghedi, Gaeta, una porzione del porto di Napoli, Sigonella. Più, si stima, un altro centinaio di presidi, inclusi i depositi.  Tutto questo sistema ha un costo di funzionamento: il bilancio della Nato è pari a 4,6 miliardi di euro per il 2025 e a 5,3 miliardi per il 2026. È la somma che serve al mantenimento degli edifici, per le spese organizzative, di addestramento, per pagare gli stipendi e così via. I soldi vengono versati da ogni Stato membro, sulla base di una formula matematica che tiene conto anche del prodotto interno lordo. Gli Usa pagano una parte vicina al 16%; l’Italia intorno all’8,5%.Ma il grosso è la spesa militare a carico dei singoli Paesi. Dall'ultimo resoconto Nato pubblicato nel 2021 la stima al 2024 è di 1.421 miliardi di dollari (935 la spesa Usa, e di 516 quella a carico di Europa e Canada). L’Istituto Sipri di Stoccolma ha pubblicato un rapporto più recente: la spesa totale per il 2024 è di 1.506 miliardi, di cui 997 a carico degli Usa (3,4% del Pil) mentre quella Di Europa e Canada è rimasta più o meno la stessa, mediamente il 2% del Pil, con grandi differenze da Paese a Paese: 1,4% della Spagna, 1,6% dell’Italia, 4,2% della Polonia, il 3% dei Baltici). Nell’ultimo vertice che si è tenuto nel giugno scorso all’Aia, i 32 Capi di Stato e di governo hanno deciso di aumentare dal 2 al 5% del pil la quota che ciascun Paese dovrebbe versare da qui al 2035. È un impegno politico, non vincolante giuridicamente. La soglia-totem del 5% è stata imposta da Donald Trump, come prova di un drastico riequilibrio nella distribuzione delle spese all’interno dell’Alleanza. Ma il vero numero su cui ragionare è il 3,5%. Qui sta il nerbo del riarmo Nato: si tratta di circa 1.750 miliardi di dollari, che i 32 governi si impegnano a spendere per le forze armate in dieci anni. Nel restante 1,5% saranno comprese, invece, altre voci collaterali, come le infrastrutture, le telecomunicazioni, i dispositivi di controllo informatico e così via.Ma a che cosa servono tutte queste risorse aggiuntive? Dal vertice di Vilnius del 2023 (Lituania), i generali della Nato e dei vari Paesi hanno elaborato un piano dettagliato che prevede, in grandi sintesi, quattro aeree di intervento: il potenziamento di cinque volte della difesa aerea, dai missili ai droni; il rafforzamento dei battaglioni di manovra; l’aumento delle armi a lunga gittata; la logistica. Per realizzarlo ogni Paese dovrebbe partecipare, aumentando le spese militari e quindi i mezzi da mettere al servizio dell’Alleanza. E’ utile però fare qualche considerazione sulle cifre.  La Casa Bianca non perde occasione per ricordare che, nel 2024, gli Usa hanno contribuito alla spesa militare della Nato con 997,3 miliardi di dollari su un totale di 1.506 miliardi. Ma, abilmente, gli americani omettono un particolare fondamentale: quei 997 miliardi rappresentano il loro intero budget militare, mentre per la protezione dell’Europa viene investita una piccola porzione, vale a dire tra i 40 e i 150 miliardi di dollari. Il resto è destinato alla protezione del loro territorio nazionale e alla basi Usa in altre regioni del mondo, da quella gigantesca in Qatar, a Guam nel Pacifico, a Okinawa, in Giappone e in Africa, la cui attività non rientra direttamente nei piani della Nato. Poiché il budget per la difesa Usa si attesta già intorno al 3,5% del pil, significa che in prospettiva gli americani non aggiungeranno altri fondi per l’Europa. Se mai, ne toglieranno. Nessuno però solleva obiezioni, perché nessuno è in grado di valutare il costo delle loro basi e installazioni in Europa, incluso l’arsenale nucleare stivato nei depositi. Ma soprattutto perché al momento, quelle basi, non siamo in grado di sostituirle.

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