Perché è difficile eradicare la poliomielite? Intervista a Agnese Collino

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Lo scorso 30 novembre un attentato suicida ha colpito un convoglio di medici vaccinatori nella regione del Baluchistan, in Pakistan, provocando 3 morti e 28 feriti. L’esplosione ha coinvolto i mezzi della polizia che scortavano i sanitari, impegnati nella somministrazione del vaccino contro la poliomielite alla popolazione locale. Perché queste campagne incontrano resistenze? Quant’è diffusa oggi la malattia? Sofia Lincos l’ha chiesto per noi ad Agnese Collino, biologa, supervisore scientifico della Fondazione Umberto Veronesi e autrice del libro “La malattia da 10 centesimi – Storia della polio e di come ha cambiato la nostra società” (Codice edizioni). 

Collino, da cosa dipendono le resistenze alla vaccinazione in paesi come Pakistan e Afghanistan?

“Gli attentati contro il personale impegnato nelle vaccinazioni purtroppo non sono nuovi in questi paesi, e rientrano in un quadro più generale di complessità culturali, politiche, economiche che si sono rivelate comuni anche a Paesi africani. Esistono difficoltà logistiche legate al fatto che il vaccino necessita della catena del freddo, che naturalmente in Paesi emergenti non è facile da garantire, e al fatto che le somministrazioni dei vaccini avvengono spesso porta a porta, talvolta in villaggi molto isolati. A questo si unisce la difficoltà di accettazione di un presidio medico, spesso vissuto come ‘strumento di controllo dell’Occidente’”. 

Quali sono le paure più diffuse?

“Si va dai timori più semplici riguardanti il fatto che il vaccino possa contenere derivati del maiale, vietato dal credo islamico, o che interferisca con malattie provenienti dal volere divino, fino a paure ben più forti, spesso istigate anche dai leader religiosi locali. Sono già numerose le fatwa pronunciate in passato contro la vaccinazione antipolio, come quelle secondo cui il vaccino sarebbe un agente sterilizzante, o un modo per diffondere l’HIV, con cui i paesi occidentali vogliono, appunto, subordinare quelli musulmani. Questi timori, purtroppo, sono peggiorati dopo che, nel 2011, la CIA ha inscenato una finta campagna vaccinale contro l’epatite B per scovare il rifugio segreto di Osama Bin Laden ad Abbottabad, nel nord del Pakistan. Ciò ha deteriorato definitivamente il rapporto della popolazione locale con questi strumenti di prevenzione”. 

Nonostante sia ancora presente in Pakistan, il virus della poliomielite, a differenza di altri, può essere eradicato completamente. Da cosa dipende questa peculiarità? Perché con altri virus non abbiamo la stessa speranza?

“Dipende da diversi fattori. In primis, il fatto che la poliomielite in natura infetti unicamente gli esseri umani, e non abbia quindi “serbatoi” animali (come invece avviene, ad esempio, con i coronavirus) dove il virus possa rifugiarsi, espandersi e tornare a infettare l’uomo anche dopo tempo. Inoltre, seppur in una stretta minoranza di casi (uno su 100, o meno ancora), la poliomielite provoca sintomi chiaramente distintivi: la paralisi. Questo fa sì che una buona parte dei focolai siano identificabili e circoscrivibili, a differenza di quanto può succedere per malattie con sintomi più generici. Infine, per la poliomielite abbiamo ben due storici vaccini, di cui uno altamente capace di conferire immunità dal contagio e quindi di farci sperare nella possibilità dell’eradicazione. Non abbiamo la stessa fortuna per altre malattie”.

Nel suo libro si scopre che la lotta alla poliomielite sia stata una storia lunga e complessa, ma di enorme successo. Quali sono state le maggiori difficoltà nello sviluppo del vaccino?

“È stato un percorso tortuoso, che penso ci aiuti a capire ancora meglio quanto siamo stati fortunati a poter ottenere vaccini efficaci per il Covid-19 in meno di un anno dallo scoppio della pandemia. Lo studio di un possibile vaccino per la polio è avvenuto nella prima metà del Novecento, un momento storico in cui i mezzi di ricerca erano assai più limitati: fino agli anni Trenta non avevamo microscopi con cui osservare i virus, e non avevamo certo la possibilità di fare sequenziamenti e modifiche genetiche precise, dato che il DNA è stato scoperto nel 1953.

In più, come già sottolineato, la polio è una malattia dell’essere umano, quindi anche solo trovare un modello cellulare o animale in cui coltivare il virus per permettere di sviluppare un vaccino o una cura è stato difficilissimo. Non a caso, quest’impresa è valsa il premio Nobel per la medicina nel 1954 a John F. Enders, Thomas H. Weller e Frederick C. Robbins, che trovarono il modo di coltivare la polio su cellule.

Inoltre, senza possibilità di sequenziare il genoma del virus (o anche solo di amplificarne le sue quantità infinitesimali tramite PCR, una tecnologia che nacque solo negli anni Ottanta), potevamo usare solo tecniche indirette per capire se, nelle preparazioni vaccinali in cui il virus veniva distrutto tramite trattamenti chimici, tutte le particelle virali fossero state effettivamente distrutte o se ci fossero presenti dei residui in grado di scatenare la malattia.

E questo infatti è successo: nel 1955, proprio all’indomani della messa a punto del primo vaccino per la polio, si scoprì che alcuni dei primi lotti prodotti dalla Cutter Laboratories contenevano ancora virus vivo, fatto che causò dei focolai di polio negli Stati Uniti. Uno dei peggiori incidenti nella storia della farmacologia.

Nel caso della polio, esistono due vaccini. Che differenza c’è tra le due formulazioni? Quale viene utilizzata attualmente in Pakistan?

“In effetti la lunga storia della ricerca sulla polio ci ha regalato due vaccini. Il primo, nato nel 1955 ad opera di Jonas Salk, è un vaccino a virus inattivato (detto IPV), ovvero “morto”, distrutto attraverso trattamenti chimici e inoculato tramite iniezione intramuscolare: non è in grado di impedire il contagio, ma difende efficacemente contro i sintomi più gravi della polio, tra cui la paralisi. Il secondo, messo a punto nel 1959 da Albert Sabin, è un vaccino attenuato, e cioè ottenuto a partire dal virus “vivo” ma reso più blando attraverso una serie di mutazioni, incapace di provocare la malattia. Deve essere somministrato per via orale (per cui viene detto OPV), in modo che possa colonizzare il tratto digerente e conferire così immunità intestinale. Chi lo riceve diventa resistente anche al contagio: questo vaccino quindi, se distribuito ad alte coperture, è l’unico che può effettivamente ‘togliere la terra da sotto i piedi’ alla malattia e consentirne l’eradicazione. Ecco perché viene utilizzato in Pakistan e Afghanistan, così come nei paesi che hanno eliminato la malattia da pochissimo o che rischiano una re-importazione”.

Si sente a volte parlare di “poliomielite selvaggia”. Che cosa vuol dire?

È il modo in cui viene indicato il virus della polio ‘originale’. C’è bisogno di specificarlo perché purtroppo l’OPV, per quanto indispensabile per guidarci verso l’eliminazione della malattia, ha un effetto collaterale rarissimo ma molto grave: la polio vaccinale. Trattandosi infatti di un vaccino a virus ‘vivo’, questo virus nell’intestino può replicarsi, seppur limitatamente, e accumulare così mutazioni. Se per sfortuna queste mutazioni lo riportano all’aggressività originaria, il virus potrà scatenare una vera poliomielite”. 

Qual è l’incidenza di questo effetto collaterale?

“È molto rara, si stima un caso ogni 4-5 milioni di dosi somministrate. Inoltre, come in ogni caso di poliomielite, la paralisi è a sua volta estremamente rara (un caso su 100-200), ma è ovviamente grave e può essere un grande problema soprattutto nei paesi che hanno già sconfitto la polio selvaggia o che stanno per farlo: in quei contesti si rischia che i casi di paralisi siano per lo più dovuti alla polio vaccinale. Ecco perché, nei paesi in cui la polio è già stata eliminata, come l’Italia, non si utilizza più l’OPV ma l’IPV, come vaccino di mantenimento. L’OPV era stato pensato per campagne ‘lampo’, che in poco tempo arrivassero a vaccinare tutti. In tal modo, i rarissimi casi di polio vaccinale non avrebbero trovato nessuno intorno a loro da contagiare, e quindi si sarebbero estinti sul posto. Purtroppo, nel caso dei paesi in via di sviluppo, sappiamo che non è andata così”.

Si è trovato un modo per ridurre i rischi?

“Sì. Per fortuna a fine 2020 è stata messa a punto una nuova formulazione del vaccino OPV per il ceppo 2 del poliovirus (quello che provoca la quasi totalità dei casi di polio vaccinale), che rende la possibilità di “retromutazione” del virus quasi impossibile (nella scienza 100% e 0% non esistono, quindi di impossibile tout court non c’è niente). Ciò consente di avere i vantaggi dell’OPV, senza i suoi svantaggi. Questo vaccino è già sul mercato e, ad oggi, se ne sono già somministrate 525 milioni di dosi in 25 Paesi: sarà fondamentale per far sparire progressivamente anche i focolai da virus vaccinale”.

Qual è l’attuale diffusione a livello globale della polio selvaggia e di quella vaccinale?

“Siamo al termine di un lungo percorso che punta all’eradicazione, quindi i numeri dei contagi non sono neanche lontanamente paragonabili a quelli di anche solo vent’anni fa. Purtroppo, però, le ultime miglia della maratona si stanno dimostrando particolarmente difficili da correre, e la pandemia da Covid-19 non ha aiutato, poiché in diversi Paesi le campagne vaccinali per la polio e altre malattie si sono temporaneamente interrotte.

Nel 2022, ad oggi, si sono verificati 30 casi di polio selvaggia, di cui 20 in Pakistan, ma anche 576 casi di polio vaccinale in 21 paesi diversi, testimonianza del fatto che almeno nelle aree in cui questi focolai sono emersi le coperture sono scese troppo. Purtroppo questo ha fatto sì che la polio selvaggia quest’anno sia tornata in Mozambico, dove non si registrava più dagli anni Novanta, e che quella vaccinale sia approdata addirittura nello stato di New York, dove ha provocato un caso di paralisi, causando la dichiarazione dello stato di emergenza per poter rialzare le coperture vaccinali, scese in alcune zone al 60%.

Sono campanelli d’allarme che non devono mandarci nel panico, perché fortunatamente abbiamo tutti gli strumenti per monitorare la situazione e difenderci, ma che ci devono ricordare l’importanza della protezione e del non calare l’attenzione finché il virus non sarà definitivamente scomparso”.

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