[POSTE] Premio di risultato. Lettera aperta ai lavoratori postali

1 week ago 7

Premio di risultato. Lettera aperta ai postali

Cari postali tutti,

… ohi ohi, partiamo male, non proprio tutti tutti, perché possiamo interloquire con
colleghi, amici, compagni, credenti di ogni religione, miscredenti, agnostici, atei, di vario orientamento sessuale, di ogni colore della pelle, di ogni parlata… ma proprio non riusciremmo a rivolgerci a fascisti, razzisti, sessisti, magari col rosario in mano; a questi no, proprio non abbiamo niente da dire, li lasciamo volentieri nel loro brodo di coltura (attenzione, nel malaugurato caso doveste leggere questa lettera, c’è
scritto coltura con la O, non cultura con la U; mai e poi mai rischieremmo di turbare la vostra sensibilità associandovi ad un concetto così alieno).

Dicevamo dunque, cari postali, avete/abbiamo appena incassato il saldo del premio di produzione 2019 (o di risultato come dicono quelli al passo coi tempi, non rendendosi conto, i più, del significato reale di questi termini… ma ne parliamo tra un po’ di righe), e in contemporanea è apparsa la notizia che leposte vogliono tagliare del 25% il premio per il 2020.

Lo dicono i vostri sindacati (un tempo trio, oggi sestetto affiatato) spiazzati e increduli da questa presa di posizione aziendale, contro la quale – dicono – hanno manifestato, in modo fermo, tutta la loro contrarietà.

Si dolgono, i meschini, dell’ingratitudine di poste, dopo “lo sforzo profuso dai lavoratori in tutto questo periodo di emergenza sanitaria, anche a rischio della propria incolumità”, mentre i dipendenti degli altri settori si cullavano nelle gioie del lockdown.

Lamentano la pochezza delle cifre distribuite in tutti questi anni, mentre, di contro, gli “azionisti venivano ristorati con dividenti e cedole importanti, queste ultime staccate anche in anticipo rispetto alla loro scadenza naturale”.

Questo sì che è parlar chiaro!

Siete fortunati, o postali, ad avere questi virtuosi e valenti rappresentanti; perché, sia stato per le profuse querimonie, o per la terribile minaccia di “liberare il kraken-coordinamento rsu”, fatto sta che in un batter di ciglia hanno strappato all’azienda l’impegno ad un ripensamento.

Quanta fermezza, quanto vigore morale, quanta determinazione. Così si fa, quando serve bisogna mostrare i muscoli e mettere sul tavolo gli attributi; bravi!

Ancora, come per l’inizio, ci coglie un dubbio, non per la platea degli interlocutori questa volta, ma per una questione grammaticale: bravi col punto esclamativo, o interrogativo?

Forse la risposta sta nei contenuti della questione più che nel fatto contingente, lì probabilmente vanno cercate le radici del problema e la sua soluzione. Da lì si sviluppano le parole che possono anche trarre in inganno.

Quali sono queste parole; la prima: il premio, è la costante, invariabile, e decisiva.
La seconda: le tipologie elaborate nel corso degli anni – non solo alle poste – sul tema del premio; per cui si ha premio di incentivazione, di produzione, di risultato.

La terza: i soggetti coinvolti, tutti i lavoratori, solo settori specifici, quelli alti, quelli magri.

La quarta: i frutti, lo scopo finale, l’obiettivo di tutta l’operazione, condizione necessaria senza la quale tutto il resto non ha ragione d’essere.

Non va dimenticata un’altra parola: il padrone, nelle sua varie forme, che organizza tutta l’operazione per prendersi i frutti e goderne.

Il premio, nel significato comune, prevede in generale che qualcuno lo istituisca e lo conceda a qualcun altro.

In un rapporto di lavoro, ovviamente, il padrone nei confronti dei lavoratori, tutti o in parte che sia.

Tralasciamo di trattare forme premiali particolari nelle quali entrano in gioco fattori diversi da quelli economici: gli occhi azzurri della segretaria, i belli capelli della postina, l’amicizia col capo, o la sponsorizzazione sindacale.

Restiamo in ambito strettamente economico dicendo che il premio non è imprescindibile, inderogabile, inevitabile, obbligatorio; non è necessario come parte vincolante del rapporto di lavoro, non fa parte del salario, è per sua natura variabile, sia quantitativamente che qualitativamente.

Questa sua natura lo ha portato a mutare forma e contenuto nel corso del tempo e dei settori.

Restando alle poste, si è passati dal premio di incentivazione, al premio di produzione e all’attuale di risultato.

A grandi linee, senza scendere nel dettaglio, la denominazione è cambiata in base al variare dell’obiettivo aziendale determinato dall’evoluzione in rapporto alla ragione sociale.

In questo modo, ai tempi della pubblica amministrazione, si motivava l’incentivazione alla presenza a fronte del problema cronico dell’assenteismo; analogamente, col premio di produzione, al tempo delle prime ipotesi di privatizzazione, hanno cominciato a spostare l’interesse sulla redditività aziendale lorda (MOL), fino all’attuale prevalenza dell’utile aziendale (EBIT) tra i fattori per la determinazione del premio di risultato.

Insomma con il variare della condizione di poste nel contesto economico è variata la struttura del sistema premiante interno, con una diversa attenzione, prima alla valorizzazione della presenza in servizio, in seguito agli incrementi di produttività, di qualità, di redditività dell’impresa.

Dal punto di vista dei beneficiari, la platea è diffusa, copre l’intera gamma delle categorie e delle attività, ma in misura diversificata.

Questa diversificazione, scientemente, non “gratifica” gli addetti che lavorano
in condizioni peggiori, con maggiori rischi, anche per la loro salute oltre che per la loro sicurezza, a vantaggio invece di mansioni più redditizie in termini economici.

Una correlazione tra incidenza di malattie più o meno croniche, aspettative di vita, percentuali di infortuni anche mortali, dovrebbe essere posta al centro nella determinazione della quota di premio, ma se così fosse il premio ne sarebbe snaturato, quindi questa ipotesi non troverà mai attuazione.

A scanso di equivoci, qui non stiamo teorizzando il baratto tra condizioni di lavoro pessime, rischi impropri dovuti a responsabilità aziendali, con un premio di qualche tipo; questa ipotesi non ci appartiene mentre è condivisa dai sindacati collusi (sistema delle indennità, spesso ridicole) che ben si guardano dall’affrontare i problemi alla radice mettendo in discussione realmente la controparte padronale.

Siamo giunti al nocciolo della questione, la “condicio sine qua non” per l’esistenza stessa del premio: gli obiettivi aziendali.

Abbiamo già trattato brevemente l’argomento sopra parlando dei fattori per la determinazione del premio.

Non vogliamo dilungarci qui, avremo modo di affrontare il problema quando analizzeremo il nuovo accordo, semplicemente vogliamo ricordare, anche ai distratti, che dopo un anno di lavoro si potrà accedere al premio se, e solo se, il padrone avrà incrementato il suo profitto, da mettere in cassa o distribuire agli azionisti è lo stesso.

Altrimenti non ci saranno premi, o ce ne saranno solo parti dell’ammontare totale dichiarato in partenza.

E’ esattamente la situazione da cui siamo partiti parlando dell’alzata di scudi dei sindacati, e il cerchio si chiude.

Vi sarebbero molte altre cose da dire riguardo al sistema premiante legato al risultato, diffuso capillarmente nel sistema produttivo in atto; fenomeno prodotto dall’assioma ideologico della necessità dell’aumento della produttività e, quindi, dell’aumento dei profitti.

Senza se e senza ma, tutti devono produrre di più – fondamentalmente non importa cosa -, che si tratti di caccia bombardieri o mascherine anti covid, fa lo stesso, purché la produttività aumenti; senza questo il sistema si ferma, stagna, recede, implode e, a farne le spese, sono gli stessi che si sono dannati a produrre di più, rincorrendo il premio, perché i padroni hanno ampi mezzi per tutelare la loro condizione.

Nessun processo di questo tipo ha percorsi autonomi o slegati da un contesto, in economia politica meno che mai.

Che significa questa frase così altisonante?

Per dirla in modo molto semplice, restando sul tema premi di risultato, sappiamo tutti che questi premi prevedono una decontribuzione fiscale purché vengano rispettati alcuni parametri definiti da articoli di legge; l’agenzia delle entrate ha prodotto circolari esplicative aventi per oggetto: premi di risultato e welfare aziendale nelle quali sono dettagliate queste innumerevoli condizioni – con particolare attenzione al conferimento del premio al così detto welfare aziendale -, generalmente favorevoli a questa scelta.

Tutto si tiene infatti, produttività, risultati, premi, defiscalizzazione, welfare aziendale, azionariato sociale, in un ciclo virtuoso che si chiude in un solo modo: aumento dei profitti per pochi, illusioni di benessere per alcuni, sfruttamento – spesso inconsapevole – per molti, subalternità generalizzata all’ideologia dominante per moltissimi.

Stiamo proponendo il solito finale apocalittico, fatto di miseria e povertà? Alcuni lo penseranno, noi no, perché crediamo sia possibile rompere questo circolo e uscire da questa condizione; non oggi o domani certo, chè l’impegno sarà di lunga durata.

A partire da una consapevolezza sul premio di risultato? Perché no, viste le sue importanti implicazioni?

Del resto, perché difendere questo “simbolico peculio” come direbbe José Saramago, che non libera proprio nessuno dalla sua condizione di schiavo del lavoro salariato?

S.I. Cobas Poste

(vedi anche poste-sicobas.org)



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