Putin, l’ossessione di un golpe o di essere ucciso: lo zar asserragliato nei bunker (Rainews). È così che, all’alba della Giornata della Vittoria, i media mainstream si sono risvegliati complottisti: La paura di Putin. Le intelligence occidentali: bunker e supercontrolli su cuochi e bodyguard (la Repubblica); A Mosca girano veleni e sospetti per una cospirazione interna contro il presidente Putin (Avvenire). La narrazione dietrologica risuona nelle agenzie di stampa: Russia, più sicurezza e meno contatti: così Putin gestisce l’aumentato rischio attentato (Adnkronos); Putin ha paura di un attentato o di un golpe. Il Cremlino aumenta la sicurezza (Agi); Bunker e stretta sui controlli, ‘Putin teme il colpo di Stato’ (Ansa). “L’allarme golpe” rimbalza da un titolo all’altro, a volte senza nemmeno la cautela dei virgolettati, attraversa siti, televisioni (Il cerchio magico di Putin ora ha paura, TG1) e quotidiani, si consolida nella percezione pubblica prima ancora di essere verificato: Vladimir Putin temerebbe un attentato tramite “l’utilizzo di droni” da parte di “membri dell’élite politica russa” e un colpo di Stato organizzato dall’ex ministro della Difesa Sergei Shoigu, attuale segretario del Consiglio di sicurezza. Intanto, i servizi di sicurezza sarebbero in subbuglio, attraversati da tensioni crescenti.
A sostenerlo, sarebbe un non meglio precisato «rapporto di un servizio di intelligence di un Paese dell’Unione Europea» fornito da una fonte vicina all’agenzia che ha redatto il rapporto e riportato dalla CNN e da iStories. Quest’ultimo è uno dei più importanti collettivi giornalistici russi indipendenti, guidato da Roman Anin e Olesya Shmagun, che opera principalmente dall’estero e in un contesto di forte conflitto politico con il Cremlino. Il punto non è la plausibilità dello scenario, ma le basi su cui viene presentato come “notizia”. Qui il problema è ciò che manca: prove, documenti, verifiche indipendenti, cioè, i fondamenti del giornalismo. L’origine resta debole: si citano rapporti riservati e una fonte anonima che ricoprirebbe “una carica ufficiale nel governo di un Paese europeo e rischia la propria reputazione e carriera”, senza pubblicare elementi verificabili. Ne nasce una costruzione narrativa fondata su indizi indiretti, che si deve accettare sulla fiducia e che evoca scenari senza consentire controlli concreti. È il tipico uso della fonte anonima di seconda mano, accettabile solo con riscontri solidi, qui assenti. Eppure la notizia si diffonde: la ripetizione sostituisce la verifica e, nel passaggio tra testate, l’indiscrezione si trasforma in fatto, anche grazie a formule ambigue percepite che si vuole che si percepiscano come reali.
Sul piano dei fatti, l’unico elemento concreto è il rafforzamento della sicurezza attorno a Vladimir Putin. Un dato reale, ma normale per il leader di un Paese in guerra, colpito da attentati e operazioni ostili, soprattutto in vista della parata del 9 maggio. Interpretarlo come segnale di un imminente golpe è un salto logico privo di prove, utile più a voler suggerire la fragilità del nemico (il Cremlino) che a descrivere la realtà. Considerare come fatti un rapporto d’intelligence non verificabile ne altera la natura: in un contesto di guerra informativa, la diffusione selettiva di queste analisi può orientare la percezione pubblica più che chiarire la realtà, fino a rientrare nelle dinamiche di propaganda sporca o psyops e, dunque, della famigerata “guerra ibrida“.
In questo quadro si colloca iStories che, nato da veterani del giornalismo investigativo russo, fa parte di network internazionali come OCCRP (Organized Crime and Corruption Reporting Project), accusato da un’inchiesta congiunta di Mediapart e il Fatto Quotidiano di essere una sorta di braccio armato del governo americano, finanziato tramite l’agenzia USAID, poi smantellata dal DOGE sotto la guida di Elon Musk. La stessa posizione di iStories resta ambivalente: considerata un punto di riferimento del giornalismo investigativo indipendente, è stata designato dalle autorità russe come “organizzazione indesiderata”, costringendo la redazione a operare dall’estero. Il fondatore Roman Anin è stato coinvolto in procedimenti giudiziari, con accuse legate alla diffusione di informazioni sull’esercito, una condanna in contumacia e la revoca della cittadinanza. Vicende denunciate da osservatori internazionali come repressione politica, ma che evidenziano anche il contesto di scontro diretto con lo Stato russo.
In questo caso, l’autorevolezza attribuita a testate come CNN e iStories ha favorito un circuito in cui la rapidità della pubblicazione ha prevalso sulla verifica, permettendo a indiscrezioni anonime e narrazioni schierate di consolidarsi in un racconto solo apparentemente credibile. Così il giornalismo a cascata finisce per trasformare ipotesi non dimostrate in verità percepite, confondendo fatti e interpretazioni e alimentando la forma più sottile di disinformazione.
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